Totus in pari

By cherimus,


Totus in Pari è l’attività del progetto Common Places rivolta alla comunità di Perdaxius e dei paesi vicini.

Totus in Pari (in italiano “tutti insieme”) vuole sperimentare un nuovo modello di socialità per la comunità di Perdaxius, paese dove ha sede l’associazione, che agisca trasversalmente coinvolgendo bambini e ragazzi, così come genitori, adulti e anziani.

Per fare questo, Totus in pari attiva una serie di corsi di inglese, arte visiva e musica al fine di costituire 3 piccole nuove comunità interconnesse tra loro in cui l’espressione individuale e il lavoro collettivo sono messi al centro con l’obiettivo anche di creare cambiamenti effettivi nel paese attraverso la rigenerazione urbana.
I corsi non hanno un taglio scolastico o accademico, ma sono pensati come uno spazio libero da pregiudizi e da nozionismi, inclusivo, teso soprattutto a lasciare ad ogni partecipante lo spazio e il tempo di approfondire l’espressione di sé e di collaborare insieme agli altri per immaginare nuove soluzioni che migliorino la qualità di vita del paese.
I corsi sono interdisciplinari e verranno favoriti gli scambi creativi fra un corso e l’altro. Tutte le attività si svolgeranno in locali pubblici di Perdaxius, quali il centro sociale, in collaborazione con le altre associazioni del paese (in particolare Pantagus e Su Nuraghe che potrebbero ospitare i laboratori).
Le attività sono gratuite per tutti bambini, fatto salvo il contributo minimo di iscrizione ai corsi e il pagamento dei costi assicurativi.
Il progetto mira quindi a sviluppare il senso di comunità, la cultura dello scambio, della reciprocità e il pensiero critico, anche attraverso il coinvolgimento di tutte le associazioni di Perdaxius disponibili a collaborare.

I laboratori avranno come oggetto:
Inglese:  apprendimento della lingua inglese attraverso il gioco e la conversazione con insegnanti madrelingua.
Arte visiva: i partecipanti saranno protagonisti di un percorso di rigenerazione urbana. Sulla base delle loro idee e dei loro sogni, saranno individuati luoghi esterni da trasformare e rigenerare grazie alla collaborazione con artisti visivi.
Musica: laboratori di percussioni per apprendere schemi ritmici e l’utilizzo degli strumenti musicali di ambito classico, pop/rock e tradizionale.

Il progetto è organizzato da Cherimus e cofinanziato dal Comune di Perdaxius.
Per le iscrizioni scrivete a: cherimus@gmail.com

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Informativa relativa ai contributi pubblici ricevuti nell’anno 2020

By cherimus,

Informativa relativa ai contributi pubblici ricevuti nell’anno 2020

Ai sensi della L. n. 124/2017, art. 1 co. 125 – 129 , modificata con L. n. 58/2019, pubblichiamo l’informativa relativa ai contributi pubblici ricevuti nell’anno solare 2020 da Cherimus
CF 90024830920

  • Soggetto erogante: Comune di Perdaxius– P.I. 02710460920
  • Importo 350 €
  • Data di incasso 16/03/2020
  • Causale contributo: Contributo per la realizzazione del “Progetto Music@work” Senegal – Finanziato dalla Regione Sardegna con Legge Regionale 11 aprile 1996, n. 19
  • Soggetto erogante: Agenzia delle Entrate– P.I. 06363391001
  • Importo 1.138,82 €
  • Data di incasso 30/07/2020
  • Causale contributo: Quote cinque per mille Anno 2018 – 2017
  • Soggetto erogante: Agenzia delle Entrate– P.I. 06363391001
  • Importo 1.170,52 €
  • Data di incasso 06/10/2020
  • Causale contributo: Quote cinque per mille Anno 2019 – 2018

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Informativa relativa ai contributi pubblici ricevuti nell’anno 2019

By cherimus,

Ai sensi della L. n. 124/2017, art. 1 co. 125 – 129 , modificata con L. n. 58/2019, pubblichiamo l’informativa relativa ai contributi pubblici ricevuti nell’anno solare 2019 da Cherimus CF 90024830920

  • Soggetto erogante: Università di Sassari – Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali –  P.I. 00196350904
  • Importo 8.250 € 
  • Data di incasso 12/06/2019
  • Causale contributo: Progetto Music@work Senegal – Finanziato dalla Regione Sardegna con Legge Regionale 11 aprile 1996, n. 19
  • Soggetto erogante: Università di Sassari – Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali –  P.I. 00196350904
  • Importo 8.250 € 
  • Data di incasso 09/08/2019
  • Causale contributo: Progetto Music@work Senegal – Finanziato dalla Regione Sardegna con Legge Regionale 11 aprile 1996, n. 19

Perdaxius, 29/06/2020

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u

By cherimus,

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Isuleddas

By cherimus,

TRINTANOI

Drawings for O.U.T

di Marco Colombaioni


“Drawings for O.U.T. (office for urban transformation)” 2005, ink jet print. I used to spend most of my free time sketching some simple drawings on a pc using MS  Paint. The drawings of this series illustrate Isola Art Center’s everyday life, the never-ending transformation of the space, the utopic vision, the exhibitions, the events, the people, but also the constant sense of precariousness, the cold, the fight against a massive gentrification project. I showed these drawings for the exhibition “tre visioni per la stecca degli artigiani” curated by Bert Theis and Alessandro di Giampietro.

Marco Colombaioni

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TRINTAOTU

Ecco la fregola!

di Zia Maria, con Yassine Balbzioui e Matteo Rubbi


Il 29 novembre 2015, Yassine Balbzioui e Matteo Rubbi hanno chiesto assistenza a Zia Maria per imparare a fare sa fregua sarda per il progetto Côte à côte, curato da Susana Moliner Delgado di La Companyìa e da Emiliana Sabiu di Cherimus. Artisti e amici passati da Perdaxius nel corso degli anni hanno conosciuto Zia Maria e hanno assaggiato i suoi ravioli, i suoi fatti e fritti, le sue magnifiche pardule. Zia Maria era un pezzo di Cherimus. La riprese fatte allora da Yassine, ci sono oggi ancora più preziose. Zia Maria ci mancherai infinitamente…

TRINTASETI

L’incompreso

by Santo Tolone

TRINTASES

NINIENDI SU PIPPIEDDU

di Marco Colombaioni, Cleo Fariselli, Diego Perrone, Andrea Rossi, Matteo Rubbi, Emiliana Sabiu, Carlo Spiga

Un isuledda del natale passato. Nel 2009 la piccola chiesa romanico-pisana di San Giacomo a Perdaxius viene riaperta al pubblico dopo anni grazie ad un presepe realizzato con le scuole del paese. Cleo Fariselli realizza insieme ai bambini una stella cometa veramente mai vista prima; Marco Colombaioni e Matteo Rubbi costruiscono nelle aule i vari personaggi, umani e animali, e la volta celeste; Diego Perrone pensa invece che tutte le figure del presepe debbano avere delle orecchie di croccante commestibili.

Questo video è un reperto ritrovato nei nostri archivi, un servizio giornalistico di un telegiornale locale che documenta l’evento, rispuntato fuori magicamente. Buona visione e buone feste.

TRINTACINCU

AHAYU

di Teresa Alemán

TRINTACUATRU

A well prepared cocktail

di Ivan Buenader

TRINTATRES

Optimal Condition

di Scott Rogers

TRINTADUUS

So Long (Isola Art Center, Milano, 12 aprile 2007)

di Alek O.

TRINTUNU

Echta

di Matteo Visentin

non ha suolo al quale ancorarsi, né una posizione geografica fissa. è un isola vagabonda, che non prende spazio ma lo copre, come un ombra.
ce la si potrebbe immaginare bene come un veliero capovolto, con lo scafo verso il cielo e le vele che si srotolano dagli alberi fino quasi a toccare terra; o come un cane dal pelo lungo. 
sulla sua pancia – o sulle sue vele, a seconda che si preferisca l’immagine del cane piuttosto che quella del veliero – si raccolgono gocce d’acqua provenienti dal mare che evaporando lasciano depositarsi grappoli di sale. questi riflettono la luce che s’infiltra dall’esterno sicché il tempo non si esprime nel susseguirsi di giorno e notte ma esiste come costante penombra.
se nel descriverla risulta difficile non ricorrere a metafore, è perché, sull’isola, non c’è spazio per ragionamenti astratti. ogni cosa è nuda ed esiste per quello che è, senza bisogno di essere nascosta.
l’aria che si respira è tiepida e soffice, come un abbraccio scambiato indossando un piumino invernale, e il suo odore simile a quello del cioccolato amaro. un aroma proprio di questo luogo e questo solamente, tanto intenso che sembra occupare uno spazio fisico. e in effetti si potrebbe dire che sia proprio questo a fare di echta il luogo che è: quando l’odore svanisce, s’è lasciata anche lei.

TRINTA

Su ballu ‘e s’arza

di Transhumanza

Penelope, Matteo Orani
Scatola del tempo, Dario Sanna
Isola come memoria, Alessandra Sarritzu
Fantasticheria, Ambra Iride Sechi

Transhumanza naschet dae su bisòngiu de ponner a pare sas biddas e is giassos de sartu de Sardìnnia cun sa chirca artìstica de is tempos nostros, boguende a pitzus un’avolotu intre traditzione e sperimentadura, autzende limbàgios e bisuras noos.
Transhumanza est su giassu prus profetosu po nde pesare una retza de relatas intre quine si nch’andat, quine arribat e quine abarrat, una còntiga po fraigare mamentos de atòbiu e de cumpartzidura de costumàntzias artìsticas diferentes.
Que a is pastores qui, mòvidos dae sas stajones qui detzident is bisòngios, traessant is logos in chirca de pabariles noos, TransHumanza est su sprigu de su bisòngiu naturale de tramudare e de ammesturare mundos diferentes.
Su progetu est pentzadu que a unu caminu a tapas fatu de eventos minores, cun ammustros e intervènnidas site-specific in tretos bòidos e qui a su sòlitu sunt allargu dae ue benit fata s’arte.

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Transhumanza nasce dall’esigenza di mettere in connessione le zone rurali della Sardegna e la ricerca artistica contemporanea, innescando un cortocircuito tra sperimentazione e tradizione, stimolando nuovi linguaggi e nuovi immaginari.
Transhumanza è un luogo ideale dove attivare una rete di rapporti tra chi va, chi viene e chi resta, un pretesto per creare momenti di incontro e condivisione delle diverse pratiche artistiche. Come i pastori, mossi dal ciclo delle stagioni che ne determina i bisogni, attraversano i territori alla ricerca di nuovi pascoli, Transhumanza riflette l’impulso naturale a spostarsi, migrare e creare contaminazioni tra diversi mondi. Il progetto si sviluppa in un percorso per tappe costellato di piccoli eventi, esposizioni e interventi site-specific in spazi inutilizzati e solitamente lontani dai luoghi dell’arte.

BINTINOI

Elementare – L’isola della notte

di Amigdala

Elementare, è un’isola che risorge ogni sera per accogliere chi proviene dalle isole vicine o dal continente. Ci si arriva con galeoni speciali, fortezze di legno con vele e pennoni che ricordano quelle dei pirati di certe avventure fantastiche.
Elementare è un’alleanza temporanea tra pubblico e artisti, chiamati a condividere insieme il tempo di una notte. In uno spazio attrezzato per il sonno prende forma una comunità provvisoria. Nell’Isola della notte gli attori eseguono un canto rivolto alla notte, come tempo di sospensione e sovvertimento.

L’Isuledda è ispirata alla produzione Elementare (2018) del collettivo Amigdala: http://bit.ly/2NMhKxK 
Immagine di Sara Garagnani
Musica: Meike Clarelli
Testi: Gabriele Dalla Barba
Conduzione coro: Davide Fasulo
Voci: Meike Clarelli, Elisabetta Dallargine, Vincenzo Destradis, Davide Fasulo, Fulvia Gasparini, Antonio Tavoni

BINTIOTU

moho en trozos de piel de aguacate
(muffa su lembi di buccia di avocado)

di Luca Garino

BINTISETI

Backstage of an Island

di Miguel Palma

Ph: Ricardo Pereira. Courtesy: Pico do Refúgio and Galeria Fonseca Macedo

The work “Backstage of an Island” is based on the construction of a sculpture that resembles a tent but which, instead of being shaped like a pyramid or a semi-sphere, has the morphology of the island of São Miguel. Like a camping tent, it is a portable piece, easy to assemble and dismantle. This equipment consists of a wooden base, about two meters width and a cut that relates to the aerial view of the island of São Miguel. This base is lined with a waterproof and plain colored fabric that gives the illusion of the island’s morphology.

* * *

“Conta-se, aqui, que um dos medos estruturais na história do Arquipélago era o dos piratas. Outro seria o do isolamento. Ou seja, de movimentos invasivos à impossibilidade de evasão, a insularidade obrigaria a um estado de espírito de alerta e tensão constantes, algo que muito provavelmente define, no fluir de gerações, um carácter muito próprio aos habitantes destes pedaços de terra que, por sua vez, na sua condição vulcânica, já de si constituem pano de fundo suficiente para uma tensão invisível e insidiosa só ultrapassável pela rotinas da existência, das mais sublimes como o amor ou o instinto de preservação, às mais banais, como os repetidos gestos do quotidiano que maquinalmente erigem um tempo sem espessura dramática.”

Miguel von Hafe Pérez

Installation view of the show “O Olhar Divergente”, curated by Miguel von Hafe Pérez. Courtesy: Pico do Refúgio and Galeria Fonseca Macedo
Installation view of the show “O Olhar Divergente”, curated by Miguel von Hafe Pérez. Courtesy: Pico do Refúgio and Galeria Fonseca Macedo

BINTISES

Romance of Window Wipers

di Holly Fletcher & Diane Edwards

BINTICINCU

Isola Caterina

di Villa Caterina (Giulia Leone, Makika e Margherita Riva)

La quarantena, tre lumachine nel loro guscio, un corridoio, un microfono nel mezzo, un po’ di taglia e cuci et voilà!

Featuring
Giulia Leone: trumpet, guitar, eletronics from distance
Margherita Riva: pandeiro, jew’s harp
Makika: sampling, launeddas, dissoneddas, bass

BINTICUATRU

Devi cambiare la tua vita
(Du mußt dein Leben ändern)

di Andrea Rossi e Matteo Rubbi

BINTITRES

Scabèciu

di Arrogalla

Scabèciu

Insemola e friggi il pesce, poi fallo marinare in un sughetto con pomodoro, aglio e aceto.
Aggiungi a tuo gusto tutte le spezie e gli odori che vuoi.

Produced and mixed by Francesco Medda Arrogalla at Codaruina StudioDrum by Pier Gavino Sedda (Tumbarinos de Gavoi)
Electroneddas by Carlo Spiga Makika
Guitars by Maurizio Marzo
Jew harp, flute by Massimo Loriga
Oud by Amin Makni
Tama by Pape Ndiaye
Voice by Emanuele “Lele” Pittoni (Ratapignata – Scudi prus a forti)

BINTIDUUS

Rien ne va plus

di Marco Colombaioni

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Vista dell’opera nella mostra “I quadri di Annibale”, 2012. Museo di storia naturale, Milano. Ph: Valentina Vitali

BINTUNU

You never know if the bees that are coming will pollinate you or kill you

di Real Madrid

BINTI

DOING NOTHING

di Isamit Morales

The following performance is an ode to pause;
a silent song to life being life.

Tracklist

Side A

Interlude “Yo no quiero esa normalidad de regreso” (I don’t want that normality back!)
Doing Nothing
Doing Nothing – After of Before Something

Side B

Recording Nothing 1
Recording Nothing 2
Recording Nothing 3

DEXANNOI

Basciò

di Isabella Bordoni

Un segno di buon auspicio, una fioritura di ex-voto. Un viatico, sia per i vivi per uscire con equilibrio dalla quarantena, sia per i morti nell’omaggio di un fiore mancato. E per gli uni e per gli altri, una carezza. 

A good omen, blossoming ex-voto. Sustenance, whether for the living to pass through the quarantine in serenity, or an offering for the flowerless dead. And for the one as for the other, an embrace.

DEXIOTU

The Natal Isles

di Alix Christie

DEXASETI

изуледда

di Carlo Spiga

Carlo Spiga “Makika”, Sa Tempesta, 2017
Testo: Paolo Mossa
Video registrato nel 2015 nella Repubblica di Tuva (Russia)

Firma, firma! A ue fues?
Clori bella, inoghe resta…
Mira chi grave tempesta
sun minattende sas nues.
Inoghe solu has iscampu:
firmadi, Clori inumana…
Sa ’idda est troppu lontana,
de percias nudu est su campu.
Firma! Ohimè, ite lampu…
No intendes ite tronu?

Fermati, fermati! Dove scappi?
Bella Clori, resta qui…
guarda che brutta tempesta
stanno minacciando le nuvole.
Solo qui trovi scampo:
fermati, ninfa Clori…
Il paese è troppo lontano,
di rifugi è nudo il campo
Fermati! Ohimè, che lampo…
Non senti che tuono?

Stop, stop! Where are you running to?
Beautiful Clori, stay here
Look what a bad storm
The clouds are  threatening
Only here you can escape:
Stop, unearthly Cloris
The town is too far,
The field is bare of shelters
Stop! Alas, what a flash …
Can’t you hear that thunder?

SEIXI

Altaria

di Antoni Sotzu

S’isuledda de Altaria, è abitata da oggetti domestici, 
memorie, attese e prosperità.
Un tappeto tondo li accoglie:
ci sono custodi di liquidi e materia, 
c’è un tempo del deserto a tre vasi, 
un suono campestre ossidato,
una spianata lapidea, 
la statua di una saggia testuggine,
una lama a sostegno. 
Si ritrovano tutti qui, in questo altare. 
In quest’isola.

CUINDIXI

Me voglio fà ‘na casa ‘mmiez’ô mare

di Justin Messina e Zeyn Joukhadar

Me voglio fa’ ‘na casa ‘mmiez’ ’o mare
di Gaetano Donizetti

Clavicembalo: Justin Messina
Voce: Zeyn Joukhadar
Brano registrato alla Fondazione Camargo
il 7 maggio 2020

Me voglio fa’ ‘na casa ‘mmiez’ ’o mare
Me voglio fa’ ‘na casa ‘mmiez’ ’o mare
Fravecata de penne de pavune
Fravecata de penne de pavune

D’oro e d’argiento li scaline fare
D’oro e d’argiento li scaline fare
E de pietre preziuse li barcune
E de pietre preziuse li barcone

Quanno nannella mia se ne va a affacciare
Quanno nannella mia se ne va a affacciare
Ognuno dice ognuno dice
Mo’ sponta lu sole

Me voglio fa’ ‘na casa ‘mmiez’ ’o mare
by Gaetano Donizetti

Harpsichord: Justin Messina
Voice: Zeyn Joukhadar
Recoded at Camargo Foundation May 7th 2020

I want to build a house in the middle of the sea
I want to build a house in the middle of the sea
Made of peacock feathers
Made of peacock feathers

(I want ) to make the steps of gold and silver
(I want ) to make the steps of gold and silver
And the balcony of precious stones
And the balcony of precious stones

When my baby shows her face at the window
When my baby shows her face at the window
Everyone says, everyone says:
Now the sun is rising!


CATORDIXI

Isolario quotidiano

di Ekin Can Göksoy

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TREIXI

Self-Portrait / Devil with a Blue Dress On

di Xandra Ibarra

www.xandraibarra.com

DOIXI

Pai’figu

di Alessandro Cau

UNDIXI

IsolaCannolo

di Emiliana Sabiu

Starring: https://www.instagram.com/isolacannolo/

in collaborazione con: Derek MF Di Fabio

È stato Cannolo che mi ha tirato fuori di casa, e mentre lui inseguiva tracce odorose, io inseguivo macchie di colore, e di ossigeno.
In questa bolla densa e spessa, abbiamo visto quante cose interessanti succedono quando si è soli.

DEXI

L’ile des masques rouges

di Amy Sow

« (…) c’est un concept que j’ai développé depuis le début du confinement pour dire que les masques ne doivent pas seulement servir au coronavirus mais également à combattre les violences faites aux femmes.
C’est pour cela j’ai créé les masques rouges que je porte moi même»

NOI

Trans heaven is a house full of flowers and no word for shame

di Zeyn Joukhadar

Il paradiso trans è una casa piena di fiori, dove la parola vergogna non esiste

di Zeyn Joukhadar

OTU

Motu-Hiti

Alice Vercesi

E così il virus è approdato persino sull’Isola di Pasqua. Un lembo di terra sperduto a chilometri di distanza da ogni costa.

La mia mamma giramondo ci è andata in vacanza l’anno scorso. Per quell’occasione le regalai un libro. In questi giorni l’ho preso in prestito.

«Raccolse nelle fessure di Motu-iti le penne dei gabbiani e le intrecciò, le incollò con la polpa del ta-ompi, vischioso e tenace, e si fece un grande copricapo leggero che metteva nelle ore più assolate del giorno e gli teneva fresca la testa come una piccolissima nuvola.» (Roberto Piumini, Motu-iti L’isola dei gabbiani)

And so the virus even landed on Easter Island. A remote strip of land miles away from any coast.

My mom went on vacation there last year. For the occasionI gave her a book. These days I borrowed it.

“He collected the feathers of the seagulls in the crevices of Motu-iti, he braided and glued them with the pulp of the ta-ompi, slimy and tenacious, and he made himself a large light headgear to put on during the sunniest hours of the day, keeping his head cool like a very small cloud”. (Roberto Piumini, Motu-iti L’isola dei gabbiani)

Immagini da Calendario 2019

SETI

Scuola di Rock

Il Tempo dell’Oscurità

Il Tempo dell’Oscurità è una band formata da cinque amici, Edoardo (voce e chitarra), Ginevra (tastiere), Matilde (chitarra), Alice (basso) e Carlotta (batteria).

I I.T.d.O. si caratterizzano per un sound molto rock che guarda anche alla melodia, con riferimenti che vanno dai Deep Purple ai Kiss, senza disdegnare sferzate rumoristiche alla Sonic Youth (benché non li conoscano). Sul palco la band da il meglio di sé con un apparato performativo fatto di linguacce, corna e artigli che si elevano al cielo. 

“Scuola di Rock” è un omaggio al Rock, come potenza espressiva e collettore di amicizia. Il brano vede due guest, oltre alla formazione classica si alternano ben due batteristi, Carlo e Desirée.
Il brano è stato registrato e mixato da Makika.
Il Tempo dell’Oscurità è una band nata all’interno dei laboratori di musica dell’ Exmè di Pirri.

Il Tempo dell’Oscurità (“The time of Darkness”) is a rock band formed by five friends: Edoardo -vocals and guitar, Ginevra -keyboards, Matilde -guitar, Alice -bass- and Carlotta – drums. I.T.d.O. influences include Deep Purple to Kiss, and Sonic Youth (even if they have no idea who they are). On stage the band is at their best, using a performance apparatus made of tongues, horns and claws that rises to the sky. 

“School of Rock” is a tribute to Rock, as an expressive power and a catalyst of friendships. The song featured two guest artists, in addition to the usual line-up there are two drummers, Carlo and Desirée.
The song was recorded and mixed by Makika. Il Tempo dell’Oscurità is a band born inside the music workshops of Pirri’s Exmè.

SES

Conchiglia

di Leonardo Chiappini

CINCU

CUATRU

Social distance child games

by Alexandra Collins

TRES

JAZEERE

di Ibrahim Nehme

my jazeere sits on solid grounds. there are books written by women about women, there is poetry, there are love letters, there are French lessons, there is a book I want to let go of, there are old notes and new ideas, there are independent magazines and long forgotten zines. on my jazeere, i stand on giant shoulders. here, all is well.

La mia jazeere poggia su solide basi. Ci sono libri scritti da donne sulle donne, c’è poesia, ci sono lettere d’amore, ci sono lezioni di francese, c’è un libro che voglio lasciare andare, ci sono vecchie note e nuove idee, ci sono riviste indipendenti e zines a lungo dimenticate. Nella mia jazeere, sto sulle spalle di un gigante. Qui, va tutto bene.

DUUS

Aslema Beslama

dal progetto So Close, di Mass’art (Tunis) e Cherimus (Perdaxius)

Musicisti: Aymen Makni, violino e voce; Amin Makni, oud e voce; Maurizio Marzo: chitarra; Francesco Medda “Arrogalla”, computer e dubbingSoundCloud


UNU

Where Is The Ball?

di Yassine Balbzioui

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Working Between Islands

By cherimus,

Click the image and download the pamphlet “Working Between Islands”

Funded by the European Union. Views and opinions expressed are however those of the author(s) only
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Derek MF Di Fabio x Musei

By cherimus,
Flag Bandiere
Derek MF Di Fabio con le bambine e i bambini della scuola primaria di Musei ha rielaborato dei disegni prodotti durante precedenti laboratori del progetto “i Giardini Possibili”. Sono state prodotte quattro bandiere coloratissime.
Il 10 Febbraio 2020 sono state presentate con una performance nel cortile della scuola.

Deadlines&Dragons

By cherimus,

The game Deadlines and Dragons is an initiative of Common Places: new imaginaries for European peripheries, a project by Cherimus, LaFundició and Prostoroz that aims at sharing and reflecting on situated cultural practices that put play, conviviality and grassroots urban regeneration at the center to boost the autonomy and critical capacity of its residents to collectively build resistances and new imaginaries that break the stigmatization of peripheral territories.

Deggo Yëggo: Armonia e Azione tra Senegal e Sardegna

By cherimus,

Come nasce

una band sardo senegalese,

una notte d’estate a Dakar

Pape Ndiaye, Kalsoum e Pape Diop. Foto: Umberto Santoro

Il primo concerto del nuovo gruppo Deggo Yëggo è appena finito e ancora sento sulla mia pelle tutti i graffi, i salti, i gesti, i colpi, il ritmo folle, tutta la forza buttata fuori di getto nel corso di otto canzoni. La magia è ancora sospesa per l’aria, siamo ancora tutti insieme nel cortile affollato di Kër Thiossane: la musica non si è mai interrotta del tutto, ci tiene ancora legati a sé, ci tiene forte. È bastata un’ora soltanto per veder fiorire Deggo Yëggo, tutti noi giù per terra e le stelle alte nel cielo, lo scorpione e il suo cuore, Antares, fulgenti.

Il gruppo Deggo Yëggo si esibisce per la prima volta a Kër Thiossane il 29 giugno 2019. Foto: Umberto Santoro

Tutto è cominciato cinque mesi fa, anzi, per essere precisi tutto ha avuto inizio otto anni fa. Qui, a Kër Thiossane, nel suo arioso cortile accarezzato dalle fronde di un immenso mango, è nata la band sardo-senegalese Chadal, che nel 2011 ha sparso i frutti del suo intenso rendez-vous musicale in una tournée che ha toccato il Senegal e l’Italia.

L’obiettivo di Chadal, progetto scritto da Cherimus e realizzato in partnership con Kër Thiossane, era di mettere in discussione la dinamica di isolamento e di marginalizzazione sociale che la comunità senegalese soffre in Italia e in Sardegna; a fronte di alcune importanti ma isolate iniziative di collaborazione e di scambio infatti la comunità senegalese è prevalentemente associata dalla maggior parte degli italiani allo svolgimento di lavori umili, spesso ai margini del mercato del lavoro. Anche artisticamente, la musica senegalese, così come quella sarda del resto, per il pubblico generalista italiano ed europeo è ancora largamente relegata a pochi e vecchi stereotipi che non rendono giustizia alla vitalità e ricchezza di una tradizione artistica e musicale antichissima che si perde nella notte dei tempi.

In questo e in tanto altro le due tradizioni musicali si somigliano e ricordo che sognavamo di poter vedere cosa sarebbe potuto capitare da un incontro tra musicisti sardi e senegalesi: la musica avrebbe potuto far emergere e amplificare una voce presente sul territorio ma di fatto esclusa e muta e questo attraverso un dialogo musicale tutto da inventare e costruire.

Il progetto Chadal ha portato alcuni musicisti sardi a confrontarsi direttamente con la complessità e la storia della musica senegalese. Ha creduto che questo incontro dovesse avvenire a Dakar, in Senegal, e che la musica andasse incisa lì, che la tournée di questa nuova collaborazione musicale avrebbe dovuto avere Dakar come prima data per poi volare in Sardegna e portare nella stesse piazze la comunità senegalese che da anni vive in Sardegna e quella sarda, a cantare e ballare insieme. La band è poi riuscita a contagiare con la sua energia anche la più numerosa comunità senegalese d’Italia, quella lombarda, in collaborazione con la quale il gruppo ha suonato con successo al festival del Carroponte di Sesto San Giovanni, chiudendo così il cerchio musicale cominciato a Dakar.

Chadal: le prove del gruppo in una strada di Dakar. Foto: Vince Cammarata

Oggi, dalla stessa collaborazione tra Sardegna e Senegal, è nata la band Deggo Yëggo. Otto anni dopo Kër Thiossane, che in italiano vuol dire casa della tradizione, è la stessa casa accogliente di sempre, dove artisti e musicisti da tutto il mondo si incontrano e lavorano insieme, dove le tantissime realtà culturali di Dakar si danno appuntamento.

Gli obiettivi di Deggo Yëggo sono gli stessi del primo progetto, gli stessi, solo tremendamente più urgenti, più necessari nel periodo storico che stiamo vivendo. Il progetto mette la voce di nuovi talenti musicali al centro del discorso, e parlando di voce, mi riferisco specialmente a quella di Kalsoum, cantautrice senegalese nata e cresciuta artisticamente nei banlieue di Dakar: le parole di Deggo Yëggo sono le sue, sua la voce narrante. 

Mentre stavo cominciando ad abbozzare questo testo, nei giorni precedenti il concerto, la musica di Deggo Yëggo, aveva già messo sottosopra la sala prove di Kër Thiossane, facendo sobbalzare anche me, lì seduto a pochi passi. Kalsoum cantava e danzava senza sosta circondata dagli altri musicisti del gruppo: Pape Diop e Pape Ndiaye, percussionisti dell’Orchestre National du Sénégal, Pierpaolo Vacca, organettista di Ovodda, nella regione sarda della Barbagia e Massimo Congiu, suonatore di launeddas di Quartu Sant’Elena, vicino a Cagliari. Descrivere la bellezza di quello che stava accadendo sotto i miei occhi, mi fa sentire inadeguato: la tama di Pape Ndiaye, ancorata alla spalla e così vicina al cuore: i suoi battiti sferzano l’aria, le sue scale minuziose corrono su e giù a perdifiato; l’organetto di Pierpaolo Vacca è un abbraccio ampio, generoso, che offre spazio, quanto ne serve e se ne vuole; le launeddas di Massimo Congiu sono vele cariche di vento forte, velocità e spinta continua; il sabar di Pape Diop àncora il flusso, tiene la musica, non la fa volare via. I musicisti del nuovo gruppo suonano in cerchio, si guardano, musica fatta con gli occhi, prendersi e lasciarsi, mai del tutto. La voce di Kalsoum si muove senza difficoltà in questo nuovo paesaggio di suoni, scuotendo tutto, un moto tellurico, ogni parola uno spigolo, un pezzo di corteccia, una radice, un sasso. Canta in Wolof, Diola, Inglese e Francese, canta e compone le parole insieme, carta e penna alla mano.

Massimo Congiu, Kalsoum e Pape Ndiaye durante le prove del concerto a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

La forza di un incontro riuscito si riverbera sempre velocemente tutt’intorno, come i cerchi attorno ad un sassolino lanciato nell’acqua immobile. Il nome Deggo Yëggo è uno di questi cerchi perfetti: è la traslitterazione di due parole che in italiano non trovano corrispondenza diretta, che abitano più sensi, che sfumano e scivolano via. Deggo vuol dire stare insieme, ascoltarsi, capirsi, essere in armonia, cosa non semplice e da non dare mai per scontata; Yëggo significa condivisione, dice Kalsoum, di una lotta quotidiana, significa prendere posizione insieme, schierarsi e agire per fare cambiare le cose. Deggo e Yëggo, armonia e azione, perché la musica è già azione, porta con sé messaggi e li mette in atto. La musica descrive il nostro rapporto con il mondo e mentre fa questo lo rifà daccapo, agisce.

Nello stesso spirito, il logo della band è nato da una collaborazione con la street artist e attivista Zenixx; Deggo Yëggo è una vera e propria tag composta da linee curve che si rincorrono all’infinito.

Pierpaolo Vacca nello studio di Papis Konaté, durante la registrazione dei brani. Foto: Umberto Santoro

Le canzoni

Deggo Yëggo è anche il titolo della canzone scelta per aprire il concerto, un brano solare dove l’organetto di Pierpaolo disegna un motivo ballabile e imprendibile tanto il ritmo è serrato, che trascina l’intero gruppo in un crescendo di intensità che si scioglie di colpo solo alla fine. Tutto il pubblico è invitato con forza a unirsi alla festa. “Oüie con lacomì!”, canta Kalsoum in Diola, lingua del sud-est del Senegal, vieni qui con noi! “Fi deugeurna!”, continua in Wolof, Qui è forte!, “Deggo e Yëggo!” Insieme e in armonia! Così comincia tutto, inseguendo il moto folle, acrobatico, senza fine, dell’organetto di Pierpaolo Vacca.

In Maman, Kalsoum canta sul motivo dei Goccius sardi, l’antica melodia sarda utilizzata per intonare preghiere alla madonna e ai santi, così come per accompagnare canti profani o di protesta popolare come il celebre Procurad’e moderare. Kalsoum alterna canto e declamazione, mostrando la versatilità della sua voce, ci parla di sua madre e di sé stessa, celebra chi affronta una gravidanza, dà alla luce e cresce un bambino dando tutta sé stessa; la cantautrice mette al centro chi la società ancora squalifica, marginalizza e colonizza. La sua voce, graffia e sovverte questo ordine sociale, con rabbia ci trasmette il suo no all’umiliazione riservata a chi, dice Kalsoum, porta anche i presidenti e i potenti del mondo in grembo. La cantautrice reclama il suo diritto a prendersi cura di sua madre, di accudirla, diritto tradizionalmente appannaggio dei figli maschi.

Il gruppo Deggo Yëggo su un tetto di Dakar; da sinistra Pape Ndiaye, Massimo Congiu, Kalsoum, Pierpaolo Vacca e Pape Diop. Foto: Umberto Santoro

Music, introdotta da un motivo brillante dell’organetto di Pierpaolo Vacca, è un inno d’amore alla musica, la musica che, dice Kalsoum, permette alla sua voce di esistere e resistere, di esprimersi e farsi spazio, di abbracciare il mondo: “Music, I am alive!”, si ripete più volte nella canzone. Nel finale del brano la tama di Pape Ndiaye, chiama uno dopo l’altro gli strumenti a rispondere al suo richiamo intessendo una serie fulminea di botta e risposta: Music, una pluralità di voci che danzano insieme leggere.

Kalsoum ritratta durante le prime prove del gruppo a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

Touche pas là, comincia con le launeddas di Massimo Congiu, che fanno spiccare in volo il gruppo prima di lasciare il testimone alla voce di Kalsoum, una voce subito arrabbiata, ruvida. Kalsoum prende quasi a cazzotti con la voce e con gli occhi l’immaginario interlocutore della canzone, che si trova nel tunnel della droga, lo mette in guardia, non gli dà tregua, come se il tempo fosse agli sgoccioli. Il discorso si spezza, si flette, salta gli ostacoli, non si guarda indietro. È forse il pezzo con il ritmo più serrato di tutto l’album, il più insostenibile; toccata la massima tensione il nodo alla gola si scioglie, si ritorna a respirare, in un momento di puro lirismo, un dialogo tra le sole voce e launeddas, un lungo duetto, dove la rabbia si trasforma in preghiera sospesa, una lenta invocazione, un lamento rotto solo dalla ripresa del ritmo insostenibile della prima parte, reso ancora più fitto e inestricabile dalla tama di Pape Ndiaye, un crescendo strumentale fino alla fine.

Pape Ndiaye e Massimo Congiu impegnati nel primo concerto di Deggo Yëggo. Foto: Umberto Santoro

In Terrorisme, l’organetto effettato di Pierpaolo Vacca disegna uno spazio dilatato, morbido, dalla respirazione lentissima, le launeddas vi si adagiano. Kalsoum recita su questa base senza mai spingere troppo la voce, poi la tensione sale ed ecco un ampio declamato; è un dialogo senza interlocutore, poche domande secche, sorprese, preoccupate: Dove vai? Ti unisci a loro? Non c’è alcun futuro lì! ti promettono il paradiso, di morire martire, ma vogliono solo il potere, e solo la morte li fermerà, non li ascoltare, non li avvicinare! Costruisci il tuo avvenire nell’amore. La tama appare a tratti, piccole isole in un mare calmo, quasi immobile. Nella parte finale, la più lirica, Kalsoum canta, quasi un lamento, l’impossibilità di sovvertire lo stato delle cose.

Fethe Tundu è l’unico brano dell’album completamente strumentale, omaggio al ballo tondo sardo, diffuso in tutta l’isola. Il ritmo sérère del sabar di Pape Diop, così simile a quello del ballo sardo, non fa alcuna fatica a prendere parte alla danza e così quello della tama di Pape Ndiaye, insegue e impreziosisce la serratissima trama strumentale. Il pezzo offre un momento di pausa, ci sentiamo per un attimo nel bel mezzo di una piazza in festa.

Pierpaolo Vacca durante il concerto di Deggo Yëggo a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

Il tema di Punk Priogu è una variazione della melodia tradizionale per launeddas Is Priorisseddas, che accompagna le feste annuali del santo partono nella Trexenta, e che prende il nome dalle Priorisseddas, le fanciulle che accompagnano nel corteo il priore e la priora, figure di riferimento di queste feste sarde. Su questo motivo nasce in un batter d’occhio il testo per mano di Kalsoum; dall’esperienza diretta della periferia di Dakar, dove è cresciuta la cantautrice, prende forma questo canto di resistenza, di lotta quotidiana per reclamare sé stessi, per non arrendersi al mondo che costantemente vuole sminuirti, come la pulce (Priogu) del titolo, controllarti, sfruttarti, buttarti via. Qui la pulce è punk, mette in scacco la musica la accelera fino a farla deragliare: si riprende sé stessa con forza. “Hard Life.”

Kalsoum mentre abbozza il testo del pezzo “Punk Priogu”

Thiow Li, il brusio della città, sotterraneo, passa di bocca in bocca, cresce, si diffonde, si moltiplica, si articola. “Thiow li, Thiow lì, Thiow lì,” la gente parla per strada, allo scoperto, il vento sta cambiando che cambia direzione, si prepara una tempesta, si prepara una rivoluzione: Uniamoci e agiamo insieme nella verità / Se vogliamo che il nostro paese fiorisca / Finitela con la gelosia e l’ipocrisia / Se vogliamo vincere agire insieme è più fruttuoso. È ancora Deggo Yëggo, armonia e azione, Kalsoum rappa, la tama segue la voce come un segugio, Kalsoum chiama, tama risponde, il quartiere le copre le spalle, cammina con lei, il brusio cresce, valica strade, supera confini. Uno stop and go, improvviso, e le voci della strada si fanno moltitudine: un crescendo dell’organetto di Pierpaolo Vacca e delle launeddas di Massimo Congiu rafforzato dalle percussioni di Pape Ndiaye, e di Pape Diop chiudono la canzone e l’album.

Kalsoum ritratta durante le prime prove del gruppo a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

ll primo concerto di Deggo Yëggo è appena finito, gli applausi sono alle spalle, la notte è appena cominciata, Dakar non ha mai smesso di cantare e ballare, per le strade, sui tetti, sulle spiagge, non ha mai smesso di protrarsi con forza nell’oceano, di arrivare il più lontano possibile a confrontarsi con il moto eterno dell’ignoto. La prossima volta che Deggo Yëggo salirà su un palco sarà in Sardegna, terra di siccità e tempeste, isola in mezzo al mare. Lassù nel mar Mediterraneo saremo ancora una volta, con forza, Deggo e Yëggo

Matteo Rubbi, giugno 2019

Foto di copertina: Umberto Santoro