Foto: Sara Deidda

7 settembre 2019, Elmas

“Sono arrivati! Vieni, fai presto!” Corro agli arrivi internazionali, extra Shengen. Trovo Carlo già abbracciato stretto a Pape Diop ed Emiliana a Kalsoum, Pape Ndiaye sorride di felicità. Bagagli e strumenti musicali sono accatastati sui carrelli. Partiti la sera prima da Dakar i musicisti sono finalmente arrivati a Cagliari: è la conclusione di una piccola odissea.

Noi di Cherimus e i musicisti sardi, cittadini italiani, siamo andati a Dakar senza visto sul passaporto, senza dover pensare di richiedere lettere di invito, garanzie, assicurazioni, prenotare biglietti aerei di andata e di ritorno, fissare colloqui in ambasciata, subire lunghe attese e aspettarci rifiuti. Noi siamo partiti pensando di non dimenticare il dentifricio e verificando la presenza nelle nostre tasche del passaporto.

Alla prima richiesta di visto il consolato italiano a Dakar ha negato tutti i visti dei musicisti senegalesi nonostante il progetto fosse finanziato e sostenuto dalla Regione Sardegna. Tutto il programma veniva rinviato: nuova documentazione da produrre velocemente, nuove tasse da pagare, nuovi colloqui, nuove attese, nuove prenotazioni aeree, più costose.

Al secondo tentativo e ormai in grande ritardo, i visti vengono concessi.

Poi ci si è messa la sfortuna. Il giorno della partenza a Dakar, la circolazione è in tilt e il veicolo che doveva portare i musicisti è andato in panne sulla via dell’aeroporto. Volo perso. La notizia ci arriva a tarda notte. Da Perdaxius ci mettiamo subito in contatto con Dakar: notte insonne e un giorno speso a fare la conta degli spiccioli rimasti nel budget per riacquistare i voli.

L’arrivo di Kalsoum, Pape Ndiaye e Pape Diop rompe un brutto incantesimo. Ci abbracciamo lungamente e ridiamo di gioia, alle porte deserte degli arrivi extra Shengen. In quel momento ripenso ad un altro abbraccio, una sera di 8 anni fa sempre ad Elmas. Aliou Ndiaye, Alassane Cissé, Bah Moody, Sidi Koita, Baka Cissoko: l’anima senegalese di Chadal, gruppo musicale nato appena qualche mese prima, sbarcava finalmente in Sardegna. Avrebbero suonato di nuovo con Alberto Balia, Matteo Scano e Riccardo Pittau, l’anima sarda del gruppo, su e giù per la Sardegna e poi fino a Milano, al Carroponte di Sesto San Giovanni. Quell’agosto del 2011 sarebbe stato indimenticabile per tutti e Bah Moody ci avrebbe scritto una canzone di successo.

Deggo Yëggo non sarebbe potuto esistere senza Chadal, e Chadal sarebbe rimasto troppo solo senza i Deggo Yëggo.

Il viaggio dall’aeroporto a Perdaxius incanta Pape Ndiaye. Il sole di settembre illumina tutto, i colori delle colline squillano. I gialli, gli ocra, gli argenti, i verdi agitati dal vento: Pape non stacca gli occhi dal finestrino. “Dio le ha fatte proprio belle quelle colline”, ci ripete in francese.

Appena arrivati dalla popolosissima Dakar, l’impatto con le strade deserte di Perdaxius è immediato. Pape Diop ci scherza subito su. “Dov’è la gente? Dove sono tutti?” fa a Kalsoum, girando incredulo la testa a destra e a sinistra con l’abilità di un consumato commediante e facendoci ridere a crepapelle.

Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda

8 settembre 2017, Monte Gonare

Sembra Dante, la selva oscura e la collina illuminata dal sole, ma siamo circa 170 anni prima dall’uscita del poema. Secondo la leggenda, la nave del giudice Gonario di Torres, di ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta e ormai in vista del golfo di Orosei, incappa in una terribile tempesta. La situazione è disperata e Gonario, cercando la terra all’orizzonte, vede un’alta montagna illuminata da un raggio di sole che si fa largo tra le nubi oscure: per Gonario è un segno divino; il giudice si affida alla Madonna e la nave si salva miracolosamente. Gonario va subito alla ricerca dal monte dove vuole adempiere al voto fatto: costruire un santuario su quella cima luminosa. Nel corso dell’ascesa incontra una madre con un bimbo tra le braccia che lo guida e che poco prima della cima si ferma per riprendere fiato, stendendosi nell’incavo di una roccia e posando il bimbo sul palmo liscio di una pietra. Gonario prosegue e raggiunge la vetta ma non riuscirà più a trovare quella madre che si convince essere la Madonna in persona con Gesù bambino in braccio. Il monte prenderà il nome del giudice, “Monte Gonare”, l’incavo dove la donna si è fermata a cercare un po’ di ristoro e la culla naturale dove ha adagiato il neonato diventeranno nei secoli oggetto di culto e venerazione. Ogni anno, l’8 di settembre, gli abitanti di Orani, Sarule e di tutto il circondario, vanno in pellegrinaggio al santuario sulla vetta del monte. Nei corso dei secoli intorno alla chiesa di sono sviluppate le cumbessias, casette dove i pellegrini alloggiano nei nove giorni precedenti la Festa.

Secoli e secoli dopo la mitica ascensione di Gonario, in quello stesso ultimo spicchio d’estate e su quello stesso monte impervio i Deggo Yëggo si sarebbero esibiti la prima volta in Sardegna e per la prima volta al completo.

E’ un esperimento, un azzardo, fortemente voluto dal Museo Nivola di Orani e dai comitati che organizzano la festa. Ci dicono che è la prima volta che una band suona alla festa di Monte Gonare. Prima del concerto siamo tutti invitati speciali in una delle cumbessias; ci vengono offerti vassoi di pistoccus e ogni genere di bevande. Pape Diop scherza con un Monsignore che non smette di sorridere e di assecondare Pape e rilanciare: una coppia comica affiatata. Tra le bancarelle lungo la via incontriamo alcuni venditori senegalesi che vivono in Sardegna. Per i musicisti è una bella sorpresa; Pape Diop e Kalsoum si trattengono volentieri con loro parlando in wolof, chiedendo “come va? di dove siete?” Ridono, scherzano e fanno acquisti. Kalsoum mi si avvicina e mi dice raggiante: “la gente qui è come a Dakar, mi sento in famiglia.” 

Me lo avrebbe ripetuto più volte nel corso dei giorni, mi rincuorava molto sentire quelle parole. Poco prima l’avventore un po’ brillo di un bar aveva preso a fare battute e complimenti a Kalsoum, a squadrarla con curiosità morbosa, arrivando ad accarezzarle i capelli. In allarme, avevo fatto di tutto per distrarlo, per cavarci fuori da quella situazione. Kalsoum sembrava imperturbabile e chissà se lo era veramente. Fuori dal bar mi ero messo addosso la faccia migliore possibile e mi guardavo intorno con attenzione. I miei occhi indovinavano la profondità del mondo: ogni passo una piccola vertigine.

Il sole è ancora alto nel cielo quando tutti insieme ci inerpichiamo nelle strette vie del sentiero nel mezzo di una folla di fedeli che salgono e scendono. Dopo un po’ arriviamo anche noi alla cima -menzione speciale per Pape Diop, eroico, in babbucce sulle rocce-, tra alberi di leccio, castagno e roverelle, oltre i quali si stende un paesaggio sterminato. Sembra di stare sul tetto dell’intera isola. Da la sopra si vede il golfo di Orosei e quello di Oristano: la vista sembra estendersi all’infinito. Il santuario è un drago di pietra accucciato sul monte dalla notte dei tempi; intorno c’è solo un sentiero stretto che si affaccia a picco sul mondo.

Poco prima del tramonto il cielo è blu, l’aria fresca fa ondeggiare le bancarelle, il palco è pronto e attrezzato, tanta gente si avvicina. Ci sarà un concerto, questo è chiaro; è invece ancora una incognita cosa suoneranno questi sei musicisti. Kalsoum è sul palco vestita a festa sotto una felpa calda: il freddo comincia a mordere, ma quando il concerto comincia non ci si bada più. Terrorism, Deggo Yëggo, Maman, Punk Priogu, Music, Touche pas là, le canzoni saltano fuori una dopo l’altra: la voce di Kalsoum, l’organetto di Pierpaolo, la Tama di Pape Ndiaye, le launeddas di Massimo, il sabar di Pape Diop, e il computer di Frantziscu, scuotono l’aria di sa Corte e si spargono. Da lì sopra, lo immaginiamo tutti, si può arrivare ovunque, la musica vola e zigzaga veloce tra l’erba astragola, l’elicriso, le orchidee selvatiche, la peonia e le rose di montagna.

Quando arriva il turno del Feche Tundu, ballo sardo rivisitato con tama e sabar, il pubblico, disperso dal freddo sempre più pungente e sotto l’impulso di Kalsoum, si raccoglie a gruppetti di due tre persone per volta e dà forma a un cerchio danzante che si allarga in tutta sa corte. Sono forse i dieci minuti più emozionanti del concerto: il cielo rosso fuoco è davanti agli occhi dei musicisti.

L’ultimo brano della scaletta, Tcow Li, riporta per un momento la voce di Kalsoum e il chiacchiericcio delle strade di Dakar al centro della scena, poi il concerto si chiude, quando tutto intorno a noi è color blu crepuscolo. Le persone rimaste si ritrovano per una birra. Per scaldarsi si canta ancora, a tenore, Kalsoum tutt’orecchi ad ascoltare.

Foto: Margherita Riva
Foto: Margherita Riva
Foto: Margherita Riva
Foto: Matteo Rubbi

12 settembre, Cagliari

C’è la Televisione a Cagliari. Una telecamera di quelle più grandi del normale è ancorata ad un cavalletto anche lui più grosso del normale. La giornalista della RAI Chiara Zammitti mi guarda negli occhi più volte durante il concerto come per dire “che voce Kalsoum!”. L’operatore impassibile non fa una piega, compie movimenti sicuri e precisi con la camera a mano: uno per uno, fa un ritratto video ad ogni musicista, si muove con lentezza e senza esitazioni: un chirurgo. Si ferma sul volto di Kalsoum, ne prende quanto basta perché se ne possa cogliere l’energia, e avanti un altro.

I musicisti non si risparmiano e il pubblico nemmeno: si balla tanto. Le gambe, le braccia, le mani seguono il ritmo che incalza, vanno su e giù come sulle montagne russe: ogni canzone un giro, una corsa, che si ripete, che tutti ripetono con l’entusiasmo dei bambini al luna park. A Cagliari ci raggiunge finalmente Daouda Kote, coordinatore dell’associazione partner Ker Thiossane. Ora siamo davvero al gran completo. 

Il giorno dopo davanti alla TV riviviamo tutto. Insieme ai musicisti ci godiamo questi dieci minuti di celebrità: l’indomani ci sarà da pensare a Perdaxius, la tappa per certi versi più importante del tour.

Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda

14-15 settembre, Perdaxius

Deggo Yëggo vuol dire armonia, ascoltarsi, condividere, agire insieme: “un giorno tutti saremo Deggo Yëggo!” dice Kalsoum. Beh, a Perdaxius questa volta sembra essere accaduto davvero. E non è mica facile essere Deggo Yëggo, stare uniti, aspettarsi, pazientare, organizzarsi, lavorare insieme, correre.

Noi lo sappiamo bene. Perdaxius è il nostro paese, dal 2007 sede dell’associazione Cherimus. Nel corso degli anni abbiamo lavorato con le scuole, la parrocchia, la biblioteca e le associazioni: ci conoscono praticamente tutti. 1500 anime distribuite in tante piccole frazioni nel mezzo di un’ampia valle: per noi è sempre l’esame più importante, Perdaxius, quello più difficile.

Questo intensissimo fine settimana è cominciato in realtà già in aprile, quando Emiliana ha raccolto tutte le associazioni di Perdaxius in un gruppo Whatsapp chiamato, per evitare qualsiasi dubbio in proposito, “festa Sardegna Senegal”.

L’obiettivo era di fare una festa che mettesse insieme non solo la musica, sarda e senegalese, ma anche la cucina e il modo di stare insieme. Tra le tante difficoltà e dopo lunghe e appassionanti riunioni, ha preso forma un Deggo Yëggo tutto perdaxino, una squadra affiatata composta da Su Nuraghe, Pantagus, ASD la casa del sorriso, ASD Perdaxius calcio, Gianni Nocco con i suoi giogus antigus e il Comitato delle feste del paese.

Il gran giorno è finalmente arrivato. La cucina della sede di Cherimus si trasforma in un vero e proprio laboratorio culinario per preparare una degustazione di specialità tipiche senegalesi e sarde da offrire al pubblico durante il concerto.

Kalsoum prepara la fataya, un piccolo panzerotto di carne da gustare con una salsa a base di cipolle, insieme ai volontari di Pantagus e della Casa del Sorriso. Su Nuraghe cuoce alla brace le salsicce di pecora e ritira il pane fragrante appena uscito dal forno Garia di Perdaxius. Nel mentre sono in fase di preparazione anche i ravioli fritti, dolci ripieni di mandorle o di ricotta, il bissap, una bevanda dolce ottenuta dall’infusione di foglie di ibiscus e, non poteva certo mancare, il caffè Touba, speziato e zuccherato proprio come a Dakar.

Che non sarebbe stato un concerto come gli altri, lo si capisce subito. Alberto Balia, mitico chitarrista di Santadi, ci è venuto a trovare. I musicisti lo accolgono subito sul palco, e lo invitano a suonare con loro. Alberto si era esibito insieme ai Chadal a Perdaxius esattamente 8 anni fa, durante la tournée del gruppo, in una calda domenica d’estate.

Per un’ora e mezza siamo davvero tutti Deggo Yëggo. Le associazioni sono in piazza insieme, lavorano spalla a spalla. Qualcuno fa presente che non è mai successo prima, che forse ci voleva un progetto del genere, una festa tra Sardegna e Senegal. Nel momento storico che stiamo vivendo non è cosa da poco.

Balia chiude il concerto con un medley di brani dei Chadal. Ci sentiamo ancora tutti lì, 8 anni dopo. La musica di quel concerto d’agosto non è mai andata via. È rimasta nei muri delle case ed è ancora viva sotto la nostra pelle. Tutti in piedi per i saluti finali: il pubblico applaude, Balia sorride a fianco dei Deggo Yëggo, sempre più sciolti e affiatati sul palco. È una bellissima foto di gruppo.

15 settembre 2019: anche la musica di Deggo Yëggo non se ne andrà mai più via da qui.

Foto: Matteo Rubbi
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda

16 settembre, Semestene

“Su foghíle” in sardo logudorese significa focolare, il cuore della casa, dove ci si incontra, dove si trasmette la conoscenza. Così Antonio e Giorgia spiegano il nome del loro progetto, nato nella piccola realtà rurale di Semestene. Il loro lavoro mette al centro gli abitanti e il loro bagaglio di saperi antichi, oggi considerati irrilevanti, superflui, buoni per farci un museo per i turisti. L’obiettivo di Foghiles è di riappropriarsi di questo patrimonio e di usarlo di nuovo come lingua viva, come forza propulsiva della comunità. 

Ogni anno Foghiles organizza il festival “Foghiles Encounters: incontri e sperimentazione nello spazio rurale”. 10 giorni di workshop, incontri, concerti, performance dove Semestene si apre al mondo ospitando anche progetti nati e cresciuti nelle tante realtà rurali della Sardegna. Cherimus e i Deggo Yëggo non potevano mancare. Eccoci di nuovo in viaggio, da sud a nord, nell’abbraccio caldo del pomeriggio.

Arriviamo a Semestene nell’ora più bella del giorno: la luce dorata abbaglia i dorsi delle colline, i tetti, la guglia appuntita del campanile, in stile gotico catalano. Con Kalsoum, Pape Diop, Pape Ndiaye ci inoltriamo per le strade deserte del paese. Il portone della chiesa è chiuso, non c’è nessuno per quelle vie dal selciato perfetto. Le case sono apparentemente senza vita, la brezza trasporta quella magia propria dei sogni. Pape Diop sorride e si chiede anche qui dove siano finiti tutti. Lascio per un attimo i musicisti in piazza e vado alla ricerca di qualcuno. In una stradina incontro Chiara, già conosciuta tempo prima a Cagliari. Mi accompagna al cortiletto segreto di Foghiles, un angolino accogliente di mondo, disabitato ma ancora per poco. La tavola è già apparecchiata tra le fronde degli alberi; al lato una cucina è in piena attività con tante pentole a bollire per la cena. Tutto è già pronto per la gran festa.

Il concerto è il quarto della serie e si sente. Il gruppo ormai rodato e senza sforzo fa quello che vuole dei brani, si diverte, inventa, diverge, volteggia. La musica corre via di filato, con il pubblico che dopo aver ballato, battuto a ritmo le mani, ne vorrebbe ancora e ancora. Concerto dopo concerto l’intesa dei musicisti è cresciuta, la loro musica si è intrecciata indelebilmente. 

Alla fine della serata un signore molto gentile si presenta e si complimenta per il progetto. Occhi spalancati e un sorriso sincero, sottolinea quanto sia importante aiutare questi poveretti (si riferisce ai musicisti senegalesi), che vengono da un paese povero, che non hanno niente, che invece noi siamo fortunati e che bisogna fare qualcosa. Ho di nuovo le vertigini. So bene da dove vengono quelle parole, già viste e sentite tante volte: “l’africano” deve essere sempre salvato da qualcosa. Sorrido imbarazzato e rispondo che in realtà sono tutti dei musicisti professionisti, che sono parte dell’orchestra nazionale del Senegal e che Dakar è un a realtà musicale ricchissima e che siamo fortunati a poterci lavorarci insieme.Il signore ascolta e annuisce. Chissà se ha capito. Qualcun altro si frappone all’improvviso parlando d’altro, di questo e quello. La tensione si allenta. Parole leggere come vapore.

La notte intanto si è presa tutto, senza fatica. Ci cullano igrilli. Semestene sembra una città incantata. Kalsoum ha dato l’anima, ora è stanca e silenziosa. Scatenata sul palco, capace di trascinare il pubblico, di tenerlo per mano, di farlo ballare, quando torna nel mondo la sua voce diventa piccola, si riapparta nell’anima.

Foto: Matteo Rubbi
Foto: Matteo Rubbi
Foto: Matteo Rubbi
Foto: Matteo Rubbi

17 settembre, Cagliari

Siamo in tanti, stretti in un bar vicino al conservatorio di Cagliari. Le facce sono distese distese. Da poco è terminato l’ultimo concerto dei Deggo Yëggo il sesto. Il cerchio aperto a Dakar il 29 di giugno si chiude qui, per adesso almeno. Nessuno pensa davvero si sia chiuso per sempre. Si brinda alla conclusione dell’avventura con aranciata, Cola Cola, birra, spritz, pizzette e salatini.

Ai tavolini i musicisti sono tutti vicini di sedia. Il loro rapporto si è stretto, giorno dopo giorno, anche se Pierpaolo e Massimo non parlano il francese, unica lingua ponte tra tutti noi. Kalsoum dice che con Massimo e Paolo è come stare in famiglia. Musicalmente e umanamente c’è un grande rispetto e questo si è visto in tutti i concerti. C’era sempre spazio per tutti, nessuno prevaricava, ognuno si sosteneva. Si è sentito anche qui al conservatorio, luogo per eccellenza dell’educazione musicale. La sala era gremita di studenti, musicisti e semplici appassionati. Anche in questa occasione Daouda ha chiamato tutti sul palco per il ballo tondo: Venite a ballare! Esclamato coraggiosamente in italiano. Tanti del pubblico hanno partecipato al ballo, chi danzando con maestria, chi invece improvvisando, chi perfetto e chi impacciato. Ma il cerchio girava lo stesso, talvolta schiacciandosi, tanto poco era lo spazio, il cerchio non si fermava mai.

Per strada sembra già notte, i musicisti si salutano commossi, domani è il giorno della partenza dei senegalesi, da non credere. È il momento degli ultimi selfie: Pape Diop, Pape Ndiaye e Kalsoum ne hanno fatti tantissimi con tutte le persone che man mano incontravano lungo il percorso: con la famiglia di Emiliana, quella di Pierpaolo, quella di Massimo, ogni momento era buono per trattenere un incontro, una faccia sorridente; ricordo d’altra parte anche i selfie che alcuni ragazzini a Cagliari hanno fatto con Pape Ndiaye, forse per il suo portamento da star della musica, quale poi è in Senegal. In una settimana e mezza abbiamo viaggiato tanto, e non solo geograficamente, siamo stati accolti da tante diverse comunità, abbiamo vissuto vere e proprie immersioni in mondi diversissimi tra loro. Un concerto non è quasi mai stato solo un concerto ma un momento di condivisione profonda, un’esperienza preziosa, a cui avrei molto pensato anche dopo, a cui continuo a pensare anche adesso.

Foto: Sara Deidda
Foto: Sara Deidda
Foto: Sara Deidda
Foto: Sara Deidda

18 settembre, Elmas

Il giorno degli arrivederci arriva sempre, sempre troppo presto. Il giorno in cui ci si saluta, si piange e di deve andare all’aeroporto, dove solo 11 giorni prima, ma sembrano molti di più, ci si è abbracciati con forza. Tutti gli attori del progetto, sardi e senegalesi, hanno creduto fortemente in quest’avventura, anche se le risorse erano modeste, anche se tante cose hanno messo in bilico fino all’ultimo la tournée finale.

Ci salutiamo davanti all’ingresso degli imbarchi, ci salutiamo ancora ai tornelli: da lì in poi ci dobbiamo dividere. Ciao Kalsoum, ciao Pape Ndiaye, ciao Pape Diop, buon viaggio.

Camminiamo un po’ spaesati, un po’ più soli, sui pavimenti lucidi dell’area check-in, tra viaggiatori che trascinano trolley, alcuni di fretta altri lentamente. Arriviamo all’uscita, saliamo in macchina e ritorniamo nel Sulcis, la strade sono deserte e senza ombra, il cielo limpido. Ricordo un senso profondo di vuoto: sono le partenze, è sempre così, mi dico. È vero.

Il progetto certo non finisce qui, ci diciamo, c’è da concludere il lungo lavoro sulle tracce registrate a luglio in studio a Dakar, la ricerca di un’etichetta che possa promuovere il gruppo, la ricerca di fondi per una nuova tournée, un nuovo viaggio tra Senegal, Sardegna e, sarebbe un sogno, anche oltre, dei Deggo Yëggo

È solo un arrivederci, ci diciamo con gli occhi. 

Foto: Sara Deidda

Perdaxius, inverno 2019

Mentre scrivo, il 4 gennaio 2020, l’album con le tracce audio registrate a Dakar è in corso di lavorazione. Presto sarà pronto a trovare il suo spazio a girare dappertutto, ad esistere nelle orecchie di più persone possibile, di parlare di uno scambio musicale, umano, culturale possibile, anzi necessario, bello.

Deggo Yëggo si fonda sul nervo scoperto dell’incontro di due comunità. Entrambe abitano lo stesso territorio ed una delle due è fortemente discriminata. La comunità senegalese è il più vasto gruppo extraeuropeo presente sull’isola, lo è da anni, ma ancora la presenza di una comunità nera con una religione e una cultura diverse dalla maggioranza della popolazione sarda – e italiana – è vista con sospetto e paura, ed è spesso osservata con le lenti del pregiudizio.

Deggo Yëggo vuole contribuire a mettere in crisi paure e pregiudizi attraverso la musica, una delle cose più preziose e identitarie della cultura sarda, il suo fiore all’occhiello. Condividere e intrecciare questo patrimonio con quello di un’altra cultura presente sul territorio ma ancora nascosta, invisibile ai più, può essere uno dei grimaldelli per ingannare la serratura e spalancare una porta chiusa da troppo tempo.

L’accoglienza è stata calorosa e bella, quasi sempre. I Deggo Yëggo sono stati investiti dall’accoglienza e dalla generosità sarda, a colpi di piatti prelibati, dolci belli come ricami, tanto tempo passato a tavola. 

Durante la turnée ho fatto più volte attenzione a non scuotere troppo quella bella superficie di accoglienza. Avevo quasi paura di metterla alla prova. Non potevo non pensare a tutti gli episodi di intolleranza, di sospetto, di silenziosa esclusione, di pregiudizio, di paternalismo, di pietismo, vissuti nel corso degli anni. Il razzismo appare in forme spesso camuffate, apparentemente innocue, semitrasparente tra le righe di uno scherzo, di un commento, di una battuta. Il razzismo in Italia striscia nel linguaggio che parliamo tutti i giorni da quando cominciamo a parlare: dalla televisione ai giornali, dalla scuola alla famiglia, infilato nell’arte e nella letteratura stessa che studiamo e celebriamo. Smontarlo costa troppo a quanto pare, più facile negare, minimizzare, riderci sopra. Smontarlo costa attenzione e lavoro, costa fatica spesa ad ascoltare la voce di chi purtroppo il razzismo lo vive tutti i giorni. Costa fatica spesa a capire da che parte stanno i privilegi e quale sia la propria posizione nel momento in cui si parla. Tanto lavoro per non cadere in quella stessa multiforme trappola. 

Fare il bilancio di questa tournée è difficile perché il progetto è più vasto di quei giorni passati insieme, è più vasto dei mesi e delle settimane che abbiamo dedicato a renderlo possibile. Questa piccola tournée ha coinvolto direttamente le comunità locali, gli abitanti dei paesi, le associazioni, le autorità, il tessuto vivo della Sardegna, sia urbano che rurale. Le feste e i concerti hanno creato una rete che prima non esisteva. E questo è un piccolo tesoro da conservare e da crescere. I musicisti hanno creduto nel progetto e si sono spesi con generosità in uno scambio autentico e profondo nonostante le difficoltà e le ristrettezze economiche. 

Al progetto manca ancora una parte indispensabile: il confronto diretto e la partecipazione attiva delle comunità senegalesi che abitano l’isola. Questo sarà il primo passo di un prossimo progetto di tournée musicale.

Ci sarà bilancio se avremo la forza di dare continuità e complessità al progetto. Se saremo disposti a crescere come persone, come artisti e come comunità, avremo di fronte a noi un lungo viaggio con un tracciato aperto tutto da inventare, e tanta musica sulla quale imparare a ballare.