Foto: Sara Deidda

7 settembre 2019, Elmas

“Sono arrivati! Vieni, corri!” Mi chiama al telefono Carlo, e io mi precipito subito: arrivi internazionali, extra Shengen. Trovo Carlo abbracciato stretto a Pape Diop, ed Emiliana a Kalsoum, Pape Ndiaye sorride di felicità. Partiti la sera prima da Dakar erano finalmente arrivati a Cagliari via Milano: la conclusione di una piccola odissea.

Il primo ostacolo sono stati i visti. È bello pensare che siamo tutti uguali, tutti con gli stessi diritti, a prescindere da chi siamo e da dove veniamo, che la musica unisce, che come per magia dislivelli e muri svaniscono e il mondo è migliore. Noi di Cherimus e i musicisti sardi, cittadini italiani, siamo andati a Dakar senza visto sul passaporto, senza dover pensare di richiedere lettere di invito, garanzie, assicurazioni, prenotazioni di biglietti aerei di andata e di ritorno, colloqui in ambasciata, lunghe attese, rifiuti. Noi si è partiti pensando di non dimenticare il dentifricio, verificando solo la presenza nelle nostre tasche del passaporto, bastava quello in fondo e che fosse valido, punto. La prima volta i visti dei musicisti senegalesi sono tutti negati, dall’ambasciata italiana per un progetto finanziato e sostenuto dalla Regione Sardegna. Tutto il programma slitta, nuova documentazione non prevista prima deve essere prodotta in tempo zero, nuove tasse pagate, nuovi colloqui, nuove attese, nuove prenotazioni aeree, più costose. 

Non siamo tutti uguali, per niente proprio, e la musica purtroppo non distrugge i muri, i tanti muri visibili e invisibili che funzionano solo su un lato.

Al secondo tentativo e ormai in grande ritardo, i visti vengono concessi.

Dopo la bella lezione su come vanno le cose nel mondo ci si è messa la sfortuna. Il giorno della partenza è un giorno da tregenda a Dakar, piove, tanto, e il veicolo che deve portare i musicisti va in panne sulla via dell’aeroporto. Volo perso. A questo seguono una notte insonne e un giorno, calma e gesso, dove cercare gli spiccioli rimasti nel budget, contare e ricontare, per riacquistare i voli.

Ecco spiegato perché a Elmas è festa grande: l’arrivo di Kalsoum, Pape Ndiaye e Pape Diop rompe un brutto incantesimo che ha messo alla prova tutti noi, al di qua e al di là del Mediterraneo. Ci abbracciamo lungamente e ridiamo di gioia, alle porte deserte degli arrivi extra Shengen.

Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda

8 settembre 2017, Monte Gonare

Sembra Dante, la selva oscura e la collina illuminata dal sole, ma siamo circa 170 anni prima dall’uscita del poema. Secondo la leggenda, la nave del giudice Gonario di Torres, di ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta e ormai in vista del golfo di Orosei, incappa in una terribile tempesta. La situazione è disperata e Gonario, cercando la terra all’orizzonte, vede un’alta montagna illuminata da un raggio di sole che si fa largo tra le nubi oscure: per Gonario è un segno divino; il giudice si affida alla Madonna e la nave si salva miracolosamente. Gonario va subito alla ricerca dal monte dove vuole adempiere al voto fatto: costruire un santuario su quella cima luminosa. Nel corso dell’ascesa incontra una madre con un bimbo tra le braccia che lo guida e che poco prima della cima si ferma per riprendere fiato, stendendosi nell’incavo di una roccia e posando il bimbo sul palmo liscio di una pietra. Gonario prosegue e trova la vetta ma non riuscirà più a trovare quella madre che si convinse essere la Madonna in persona con Gesù bambino in braccio. Il monte prenderà il nome dal giudice: “Monte Gonare”, quell’incavo dove la donna si è fermata a cercare un po’ di ristoro e la culla naturale dove ha adagiato il neonato sono oggetto di culto e venerazione. Ogni anno, l’8 di settembre, gli abitanti di Orani, Sarule e di tutto il circondario, vanno in pellegrinaggio al santuario sulla vetta del monte. Nei secoli intorno alla chiesa di sono sviluppate le cumbessias, casette dove i pellegrini alloggiano nei nove giorni precedenti la Festa.

Perché racconto tutto questo? Perché secoli e secoli dopo la mitica ascensione di Gonario, in quello stesso ultimo spicchio d’estate e su quello stesso monte impervio i Gegò Yegó si esibiranno la prima volta in Sardegna e per la prima volta in assoluto al completo. 

E’ un esperimento, un azzardo, fortemente voluto dal Museo Nivola di Orani e dai comitati che organizzano la festa. Ci dicono che è la prima volta che una band suona alla festa di Monte Gonare. Prima del concerto i musicisti e noi artisti, siamo gli invitati speciali in una delle casette, ci vengono offerti vassoi di is pistoccus e ogni genere di bevande. Attorno al tavolo le persone non smettono di chiedere, di fare domande, di offrire a tutti noi quei dolci buonissimi. Tra le bancarelle lungo la via incontriamo alcuni venditori senegalesi che vivono in Sardegna. I musicisti si trattengono volentieri parlando in wolof, ridendo e scherzando.

Tutti insieme ci inerpichiamo nelle strette vie del sentiero, nel mezzo di una folla di fedeli che salgono e scendono, arrivando anche noi alla cima, -Pape Diop, eroico, in babbucce tra le rocce-, tra alberi di leccio, castagno e roverelle oltre i quali si vede un paesaggio sterminato. Sembra di stare sul tetto dell’intera isola, da la sopra si vede il golfo di Orosei e quello di Oristano: la vista sembra estendersi all’infinito. Il santuario sembra un drago di pietra accucciato sul monte dalla notte dei tempi, intorno solo un sentiero stretto che si affaccia a picco sul mondo.

Poco prima del tramonto il cielo è blu, l’aria fresca fa ondeggiare le bancarelle, il palco è pronto e attrezzato, tanta gente si è avvicinata. Ci sarà un concerto, è chiaro a tutti; è invece ancora una sorpresa che cosa mai suoneranno questi sei musicisti. Kalsoum è sul palco vestita a festa sotto una felpa calda: il freddo comincia a mordere, ma quando il concerto comincia non ci si bada più. Terrorism, Gegò Yegó, Maman, Punk Priogu, Music, Touche pas là, saltano fuori una dopo l’altra, la voce di Kalsoum l’organetto di Pierpaolo, la Tama di Pape Ndiaye, le launeddas di Massimo, il sabar di Pape Diop, e il computer di Frantziscu, scuotono l’aria di sa Corte e si spargono: da lì sopra, lo immaginiamo tutti, si può arrivare ovunque, la musica vola e zigzaga veloce tra l’erba astragola, l’elicriso, le orchidee selvatiche, la peonia e le rose di montagna che lì abitano da secoli e secoli.

Poi arriva il turno del Feche Tondu, il ballo sardo, rivisitato con tama e sabar; a quel punto il pubblico, disperso dal freddo sempre più pungente e sotto l’impulso di Kalsoum, si raccoglie a gruppetti di due tre persone per volta e dà forma un cerchio danzante che si prende tutta sa corte. Sono forse i dieci minuti più emozionanti del concerto: il cielo rosso fuoco è davanti agli occhi dei musicisti.

L’ultimo brano, Tcow Li, riporta per un momento la voce di Kalsoum e il chiacchiericcio delle strade di Dakar al centro della scena, poi il concerto si chiude, quando tutto intorno a noi è color blu crepuscolo, le persone rimaste si ritrovano per una birra, e per scaldarsi si canta ancora, a tenore, Kalsoum tutt’orecchi ad ascoltare. 

Foto: Margherita Riva
Foto: Margherita Riva
Foto: Margherita Riva
Foto: Matteo Rubbi

9 settembre, Ovodda

Il giorno dopo il primo concerto ci ritroviamo tutti sotto un sole luminoso e caldo sulla terrazza del Museo Nivola. Davanti a noi, tutte addossate sul lato del monte, le case di Orani, le sue chiese, i suoi tetti. La vista ci tiene tutti sospesi a guardare. Gli occhi sono riposati, ma ancora pesanti dopo il lungo sonno. Si sorride facile, senza fatica: ci stiamo preparando per un pranzo ad Ovodda, invitati dalla famiglia di Pierpaolo, l’organettista del gruppo. 

Ci aspetta tutta la famiglia, padre, madre, sorelle, cognati, nipoti, zii e cugini: è come se fosse Natale che però stavolta cade di Settembre. Una sala ampia e apparecchiata ci accoglie. Il menù è una summa della cucina barbaricina: is pitzudus, pecorino, salumi, e poi, ravioli al formaggio e sugo di capra, pane carasau e pani moddi), fagiolini freschi e altre verdure dell’orto, agnello arrosto e per finire le lorighette, dolci tipici al miele. 

Già durante il pranzo cominciano a comparire degli strumenti musicali. Massimo comincia a suonare le launeddas e lo zio di Pierpaolo lo segue quasi subito con le sue launeddas di un tipo che io non avevo mai visto, con una lunga barba e con un sorriso che non accenna mai a spegnersi. Sembra che i due stiano correndo a perdifiato: Massimo rincorre l’espertissimo zio di Pierpaolo, musicista conosciutissimo nella zona, e la loro corsa ci appassiona che non riusciamo a distogliere da loro occhi e orecchie. È poi il turno di Pape Diop e Pape Ndiaye, tama e sabar si mettono anche loro a correre. Non finisce lì, per niente: appaiono chitarre chissà da dove e ci si trasferisce in giardino. È uno di quei pomeriggi perfetti, tersi, dolci, di settembre. “Così vanno le cose così devono andare”, il cognato di Pierpaolo canta una canzone dei CCCP, Pape Diop ne è conquistato e ripete il motivo a parole sue per non farsi scappare il pezzo dalle orecchie. Si improvvisa, fino a sera, fino a quando non dobbiamo rientrare a Perdaxius: l’organetto guida il gruppo di chitarre, launeddas e percussioni. Noi ascoltiamo sorseggiando un caffè, mangiando i dolci e sperando che questo momento non finisca mai.

12 settembre, Cagliari

C’è la Televisione a Cagliari. Una telecamera di quelle più grandi del normale è ancorata ad un cavalletto anche lui più massiccio. La giornalista Chiara Zammitti della RAI mi guarda più volte durante il concerto come per dire “che voce Kalsoum!” L’operatore impassibile non fa una piega, compie movimenti sicuri e precisi con la camera a mano: uno per uno, fa un ritratto video ad ogni musicista, si muove con lentezza e senza esitazioni; un chirurgo: si ferma sul volto di Kalsoum, ne prende quanto basta perché da casa se ne possa cogliere l’energia, e avanti un altro. 

Teatro Massimo, il Fuaié: è la data più mondana della tournée. I musicisti non si risparmiano e il pubblico nemmeno: si balla tanto, più che a Orani -fatto salvo il Fethe Tondu-, e più che in seguito. Le gambe, le braccia, le mani seguono il ritmo che incalza, vanno su e giù come sulle montagne russe: ogni canzone un giro, una corsa, che si ripete, che tutti ripetono con l’entusiasmo dei bambini al luna park. 

Il giorno dopo davanti alla TV riviviamo tutto: ecco Kalsoum che risponde alle domande della giornalista, ecco che canta senza risparmiarsi, ecco la gente che balla felice, senza darsi sosta, ecco tutti i movimenti di camera, precisi come me li ricordavo, le facce dei musicisti, quando basta per emozionarsi, le facce del pubblico. 

I Gegò Yegò sono in Televisione, davanti a noi: ci godiamo questi dieci minuti di celebrità, l’indomani ci sarà da pensare a Perdaxius, la tappa per certi versi più “importante” del tour. 

Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda

14-15 settembre, Perdaxius

Gegò Yegò vuol dire armonia, ascoltarsi, condividere, agire insieme: “un giorno tutti saremo Gegò Yegó!” dice Kalsoum. Beh, a Perdaxius questa volta sembra essere accaduto davvero. E non è mica facile essere Gegò Yegó, stare uniti, aspettarsi, pazientare, organizzarsi, lavorare insieme, correre.

Noi lo sappiamo bene. Perdaxius è il nostro paese, dal 2007 sede dell’associazione Cherimus. Nel corso degli anni abbiamo lavorato con scuole, parrocchia, biblioteca e associazioni: ci conoscono praticamente tutti. 1500 anime distribuite in in tante piccole frazioni nel mezzo di un’ampia valle rurale: per noi è sempre l’esame più importante, Perdaxius, e non sempre nel corso di 12 anni di storia l’abbiamo passato a buoni voti.

Questo bellissimo fine settimana comincia in realtà già in aprile, prima della nascita ufficiale di Gegò Yegó. Emiliana, al termine di una riunione indetta dal comune con le tutte le associazioni del paese, coglie l’attimo e crea con tutti i presenti un gruppo whatsapp sin da subito attivissimo. Si chiama, per evitare qualsiasi dubbio a proposito, “festa Sardegna Senegal”. 

Il gruppo ha seguito tutta l’avventura musicale a Dakar, si è cementato e unito su di essa. L’obiettivo era di fare una festa che mettesse insieme non solo la musica, sarda e senegalese, ma anche il cibo e il modo di stare insieme. Tra le tante difficoltà e dopo lunghe e appassionanti riunioni, ha preso forma poco a poco un Gegò Yegó tutto perdaxino, mai visto, una squadra composta da: Su Nuraghe, Pantagus, ASD la casa del sorriso, ASD Perdaxius calcio, Gianni Nocco con i suoi giogus antigus e il Comitato delle feste del paese.

Sabato 14 e domenica 15 finalmente, dopo tanta attesa, la cucina della sede di Cherimus, dove risiedevano anche i musicisti senegalesi, si trasforma in un laboratorio culinario per preparare una degustazione di specialità tipiche senegalesi e sarde da offrire al pubblico durante il concerto. 

La fataya è un piccolo panzerotto di carne che va gustato insieme ad una salsa a base di cipolle; Kalsoum segue ed istruisce i volontari di Pantagus e della Casa del Sorriso. Fiammetta cerca di recuperare a Villaperuccio la carbonella con cui Su Nuraghe cucinerà alla brace le salsicce di pecora preparate ad hoc da un macellaio di Carbonia, e il pane fragrante appena uscito dal forno di Perdaxius. 

Non solo! Sono in fase di preparazione anche i ravioli fritti dolci, ripieni di mandorle o di ricotta, il bissap, una bevanda dolce ottenuta dall’infusione di foglie di ibiscus, e il caffè Touba un caffè speziato tipico del Senegal.

Io finalmente decido di riparare per tempo la scritta luminosa Perdaxius, che dal 2008 per 10 anni ha illuminato la piazza in occasione della festa patronale, e con Daouda la portiamo in piazza, montandola proprio dietro il palco, come scenografia del concerto.

Tavoli, sedie, manicaretti, giochi antichi di legno, persino cavalli e balle di fieno: tutto è pronto per l’inizio della festa tanto attesa. La gente scende in strada, occupa le sedie sotto il palco, indugia curiosa ai tavoli per scegliere cosa mangiare. 

Che non sarà un concerto come gli altri, lo si capisce subito. Alberto Balia è arrivato da Santadi con la sua chitarra. Nei giorni precedenti il concerto aveva partecipato alle prove del gruppo e ha accettato con entusiasmo l’invito di Daouda di partecipare al concerto di stasera suonando alcuni pezzi. Lui del resto è l’anima di Chadal, band sardo-senegalese nata nel 2011 e che a Perdaxius si era già esibita già 8 anni fa, in una calda e indimenticabile domenica di agosto.

Per un’ora e mezza siamo davvero tutti Gegò Yegó. Tutte le associazione sono in piazza insieme, lavorando sodo, spalla a spalla: una bellissimo lavoro di squadra. Qualcuno fa presente che non è mai successo prima, che forse ci voleva un progetto del genere: una festa tra Sardegna e Senegal. Nel momento storico che stiamo vivendo non è cosa da poco. 

Balia chiude il concerto con uno struggente medley di brani del gruppo Chadal. Ci sentiamo ancora tutti lì, 8 anni dopo. La musica di quella lontana sera d’estate non è mai andata via. È rimasta nei muri delle case ed è ancora viva sotto la nostra pelle. Tutti in piedi, Balia sorride, una foto di gruppo speciale con tutti i musicisti.

Eccoci poi tutti in strada seduti su delle sedie, musicisti e organizzatori a mangiare, finalmente anche noi, la fataya e il pane con salsiccia di pecora, ad assaggiare il bissap e a sorseggiare caffè touba, lasciando per ultimi i buonissimi raviolini fritti. 15 settembre 2019: anche la musica di Gegò Yegó non se ne andrà mai più via da qui.

Foto: Matteo Rubbi
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda
Foto: Rita Deidda

16 settembre, Semestene

“Su foghíle” in sardo logudorese significa “focolare” ed è il luogo di incontro domestico, nei piccoli centri urbani e nel rurale, dove avviene la trasmissione della conoscenza e l’apprendimento diretto dei saperi. Così presentano il progetto Foghiles Antonio e Giorgia, architetti che dal hanno attivato a Semestene questo progetto innovativo. 

Il loro lavoro mette al centro lo spazio rurale e le piccole comunità che lo abitano, riattivando processi di trasmissione e condivisione di un sapere oggi nascosto, marginale e trascurato. L’obiettivo di Su foghíle è di riappropriarsi di questi saperi senza museificarli, rimettendoli in circolo attraverso la pratica, trattandoli da linguaggio vivo, attraverso un coinvolgimento multidisciplinare, che mette al centro chi ancora vive i piccoli centri spesso mezzi disabitati . 

Ogni anno Foghiles organizza un festival Foghiles Encounters: incontri e sperimentazione nello spazio rurale. 10 giorni in cui si susseguono laboratori pratici, performativi e teorici, seminari, proiezioni, momenti di svago, concerti ed escursioni.

Gegò Yegò arriva a Semestene nell’ora più bella del giorno: la luce dorata abbagliava i dorsi delle colline, i tetti, il campanile che termina con una guglia in stile gotico catalano sul quale si radunano torme di uccelli; tutto è perfetto, senza tempo, senza peso. Nel teatro all’aperto situato all’ingresso del paese consegnamo il materiale ai tecnici che stanno allestendo il palco. Con Kalsoum, Pape Diop, Pape Ndiaye e Chiara Peru, dell’Università di Sassari apparsa all’improvviso con la sua panda davanti a noi, ci inoltriamo per le strade deserte del paese. Non c’è nessuno per quelle vie dal selciato perfetto, appena fatto. Le case sono apparentemente senza vita, la brezza trasporta quella magia propria dei sogni. Lasciati per un momento i musicisti nella piazza principale, percorrendo da solo una stradina ritorta incontro Chiara, già conosciuta a Cagliari, che mi porta nel cortiletto di Foghiles, un angolino accogliente di mondo, ancora disabitato, ma per poco: tavoli e sedie erano disposti al centro, circondati da fronde di alberi, al lato una cucina con tante pentole a bollire per la cena che sarebbe stata servita di lì a breve, un piccolo bancone fatto di legno stava in fondo con una spina di birre locali. Chiara mi offre una di queste birre speciali, che sorseggio spensierato su un divano lì nel cortiletto: finalmente riprendo fiato, “è tutto così bello” penso e forse dico ad alta voce.

Il concerto è il quarto della serie, e si sente, il gruppo è ormai rodato e senza sforzo fa quello che vuole dei pezzi, si diverte, inventa, diverge, volteggia: il concerto corre via di filato, con il pubblico che dopo aver ballato, battuto a ritmo le mani, ne vorrebbe ancora e ancora. Stelle in cielo, strade insolitamente popolate di gente, abitanti del paese e partecipanti al festival di Foghiles, l’atmosfera è quella di una festa: Semestene stasera è bellissima. 

Foto: Matteo Rubbi
Foto: Matteo Rubbi
Foto: Matteo Rubbi
Foto: Matteo Rubbi

17 settembre, Cagliari

Siamo ad un bar nei pressi del conservatorio di Cagliari, siamo in tanti stretti intorno ad alcuni tavolini che abbiamo unito per l’occasione. Facce stanche e distese, poco fa è terminato l’ultimo concerto dei Gegò Yegó, il sesto della Tournée. Il cerchio aperto a Dakar il 29 di giugno si chiude, per il momento. Si brinda alla conclusione dell’avventura con aranciata, Cola Cola, birra e spritz. Quest’ultima tappa è stata voluta da Daniele Ledda che è venuto a conoscenza del gruppo grazie a Sara Deidda autrice tra l’altro di bellissimi scatti fotografici che hanno immortalato il gruppo subito dopo il concerto nel vicino Parco della musica. 

Al bar i musicisti sono tutti vicini di sedia: il loro è un rapporto che si è stretto, concerto dopo concerto; si sente che c’è una bella chimica, voglia di stare insieme, anche se Pierpaolo e Massimo il francese, unica lingua ponte tra tutti noi, mica lo parlano; eppure questo non frena nulla. Come dice Kalsoum, con Massimo e Paolo è come una famiglia. Musicalmente e umanamente c’è un grande rispetto e questo si è visto in tutti i concerti. Si è sentito anche qui al conservatorio, luogo per eccellenza dell’educazione musicale. La sala era gremita di studenti, musicisti e semplici appassionati; anche qui si è ballato il ballo tondo, anche qui la l’energia dei musicisti ha capovolto la sala, molto anonima, l’ha resa speciale e calda.

Già sembra notte per strada, i musicisti si salutano commossi, domani è già il giorno della partenza dei senegalesi, da non credere. In una settimana e mezza abbiamo viaggiato tanto, e non solo geograficamente, siamo stati accolti da tante diverse comunità, abbiamo vissuto vere e proprie immersioni in mondi diversissimi tra loro. Almeno per me, un concerto non è quasi mai stato solo un concerto — penso soprattutto a Monte Gonare, a Perdaxius, a Semestene, ma anche al pranzo e al pomeriggio passato ad Ovodda o alle prove nella sede di Cherimus con Alberto Balia: una condivisione profonda, un’esperienza preziosa, a cui avrei molto pensato anche dopo, a cui continuo a pensare anche adesso.

Foto: Sara Deidda
Foto: Sara Deidda
Foto: Sara Deidda
Foto: Sara Deidda

18 settembre, Elmas

Il giorno degli arrivederci arriva sempre, sempre troppo presto. Il giorno in cui ci si saluta, si piange un po’ e di deve andare all’aeroporto, dove solo 11 giorni prima, ma sembrano molti di più, ci si è abbracciati con forza.

È per me un’occasione per ripensare a quest’avventura, in cui tutti gli attori del progetto, sardi e senegalesi, hanno creduto fortemente, anche se le risorse erano modeste, anche se le traversie del progetto hanno messo in bilico la tournée finale. 

Ripenso al ballo sardo, il feche tondu, scatenato da Kalsoum a Monte Gonare, e poi in tutti i concerti fino alla tappa finale al conservatorio di Cagliari. Ricordo gli annunci al microfono di Daouda: Venite a ballare! Esclamato coraggiosamente in italiano con gli occhi pieni di gioia. Tanti del pubblico hanno partecipato al ballo, chi danzando con grande perizia, chi invece improvvisando, chi perfetto e chi impacciato. Ma il cerchio girava lo stesso, talvolta schiacciandosi, tanto poco era lo spazio, il cerchio non si fermava mai. 

Ricordo lo stupore divertito di Pape Diop di fronte alle strade deserte di Perdaxius, e di come scherzasse con gli altri: Kalsoum, dov’è la gente? Dove sono tutti? Girava incredulo la testa a destra e a sinistra con l’abilità di un consumato commediante. Ricordo i commenti di Pape Ndiaye sul paesaggio sardo, di come “Dio lo avesse fatto bello”. Ricordo i tanti selfie fatti dai musicisti con tutte le persone che man mano incontravano lungo il percorso: la famiglia di Emiliana, quella di Pierpaolo, quella di Massimo, ogni momento era buono per trattenere un incontro, una faccia sorridente; ricordo anche i selfie che alcuni ragazzini a Cagliari hanno chiesto a Pape Ndiaye, forse per il suo portamento da star della musica, quale poi è in Senegal. Ricordo Kalsoum che già a Monte Gonare mi si avvicinava sorridente e mi diceva raggiante: la gente qui è come a Dakar, mi sento quasi in famiglia. Me lo avrebbe detto ancora, e così anche gli altri, Pape Diop e Pape Ndiaye. 

Ero davvero molto felice di queste parole, mi rincuoravano molto.

Purtroppo però ci sono anche stati momenti difficili, e in quesi casi noi organizzatori abbiamo lavorato per proteggere al meglio i nostri ospiti, per farli sentire a proprio agio, più  sicuri possibile. Poco prima di un concerto l’avventore un po’ brillo di un bar ha cominciato a parlare e straparlare a Kalsoum, a fare battute, a squadrarla con una curiosità morbosa, perfino a toccarle i capelli, al che io, non sapendo bene cosa fare se non rimanere vicino a Kalsoum tentando di uscire al più presto da quella situazione, impulsivamente ho toccato e spostato gli occhiali da sole che l’avventore aveva appoggiati sulla testa complimentandomi per l’accessorio, e ottenendo che lui fortunatamente si distrasse un po’ da Kalsoum e che la tensione si allentasse.  Un’altra volta ho ascoltato una persona che non smetteva più di sottolineare, occhi spalancati e pieni di bontà e pietà, quanto fosse importante aiutare questi poveretti, che vengono da un paese povero, che bisogna fare qualcosa. Ho visto nel corso di undici giorni tanti sguardi, occhiatacce, che forse non erano nulla e che però non riuscivo a ignorare.

L’accoglienza è stata calorosa e bella pressoché ovunque ma avevo talvolta paura di scavare sotto quella bella superficie, avevo paura di metterla alla prova. Mi ritornavano alla mente tutti gli episodi di intolleranza, di sospetto, di silenziosa esclusione, di pregiudizio, di paternalismo, di pietismo, vissuti nel corso degli anni, e di come io stesso, nato e cresciuto in Lombardia, giorno per giorno lavori sul mio proprio razzismo, inculcatomi nel contesto nel quale sono cresciuto, in forme spesso cammuffate, apparentemente innocue, senza che sia apertamente nominato, semitrasparente tra le righe di uno scherzo, di un commento, di una battuta. Il razzismo striscia nel linguaggio che parlo tutti i giorni da quando ho cominciato a parlare: dalla televisione ai giornali, dalla scuola alla famiglia, infilato persino nell’arte e nella letteratura stessa che in Italia studiamo e celebriamo. Smontarlo costa troppo, a quanto pare, meglio negare, minimizzare. Smontarlo davvero costa attenzione e lavoro, costa fatica ascoltare la voce di chi purtroppo del razzismo è vittima. Costa capire veramente da che parte stanno i privilegi e dove sia la propria posizione nel momento in cui si parla, e a chi si stia parlando. Tanto lavoro per non cadere in quella stessa multiforme trappola.

Ci salutiamo davanti all’ingresso degli imbarchi, ci salutiamo ancora ai tornelli: da lì in poi ci dobbiamo dividere. Ciao Kalsoum, ciao Pape Ndiaye, ciao Pape Diop, buon viaggio.

Camminiamo un po’ spaesati, un po’ più soli, sui pavimenti lucidi dell’area check-in, tra viaggiatori che trascinano trolley, alcuni di fretta altri lentamente. Arriviamo all’uscita, saliamo in macchina e ritorniamo nel Sulcis, la strade sono vuote, il cielo limpido. Ricordo un senso profondo di vuoto: sono le partenze, è sempre così, mi dico. E’ vero.

Il progetto certo non finisce qui, c’è da concludere il lungo lavoro sulle tracce registrate a luglio in studio a Dakar, la ricerca di un’etichetta che possa promuovere il gruppo, la ricerca di fondi per una nuova tournée, un nuovo viaggio tra Senegal, Sardegna e, sarebbe un sogno, anche oltre, dei Gegò Yego.

E’ un’arrivederci, ci diciamo con gli occhi, questo è solo l’inizio, c’è da lavorare tanto 

Ci vediamo presto Gegò Yego!

Foto: Sara Deidda