Come nasce

una band sardo senegalese,

una notte d’estate a Dakar

Pape Ndiaye, Kalsoum e Pape Diop. Foto: Umberto Santoro

Il primo concerto del nuovo gruppo Gegó Yegò è appena finito e ancora sento sulla mia pelle e giù in fondo all’anima, tutti i graffi, i salti, i gesti, i colpi, il ritmo folle, tutta la forza buttata fuori di getto nel corso di otto canzoni. La magia è ancora sospesa per l’aria, siamo ancora tutti insieme nel cortile affollato di Kër Thiossane: la musica non si è mai interrotta del tutto, ci tiene ancora legati a sé, ci tiene forte. È bastata un’ora soltanto per veder fiorire Gegó Yegò, tutti noi giù per terra e le stelle alte nel cielo, lo scorpione e il suo cuore, Antares, fulgenti. Mi chiedo però se ad un certo punto questa gerarchia non si sia ribaltata, se per pochi attimi non fossimo noi a volteggiare alti con le stelle sotto i nostri piedi.

Il gruppo Gegó Yegò si esibisce per la prima volta a Kër Thiossane il 29 giugno 2019. Foto: Umberto Santoro

Tutto è cominciato cinque mesi fa, anzi, per essere precisi tutto ha avuto inizio otto anni fa. Qui, a Kër Thiossane, nel suo arioso cortile accarezzato dalle fronde di un immenso mango, è nata la band sardo-senegalese Chadal, che nel 2011 ha sparso i frutti del suo intenso rendez-vous musicale in una tournée che ha toccato il Senegal e l’Italia.

L’obiettivo di Chadal, progetto scritto da Cherimus e realizzato in partnership con Kër Thiossane, era di mettere in discussione la dinamica di isolamento e di marginalizzazione sociale che la comunità senegalese soffre in Italia e in Sardegna; a fronte di alcune importanti ma isolate iniziative di collaborazione e di scambio infatti la comunità senegalese è prevalentemente associata dalla maggior parte degli italiani allo svolgimento di lavori umili, spesso ai margini del mercato del lavoro. Anche artisticamente, la musica senegalese, così come quella sarda del resto, per il pubblico generalista italiano ed europeo è ancora largamente relegata a pochi e vecchi stereotipi che non rendono giustizia alla vitalità e ricchezza di una tradizione artistica e musicale antichissima che si perde nella notte dei tempi.

In questo e in tanto altro le due tradizioni musicali si somigliano e ricordo che sognavamo di poter vedere cosa sarebbe potuto capitare da un incontro tra musicisti sardi e senegalesi: la musica avrebbe potuto far emergere e amplificare una voce presente sul territorio ma di fatto esclusa e muta e questo attraverso un dialogo musicale tutto da inventare e costruire.

Il progetto Chadal ha portato alcuni musicisti sardi a confrontarsi direttamente con la complessità e la storia della musica senegalese. Ha creduto che questo incontro dovesse avvenire a Dakar, in Senegal, luogo reale e vitale, e che la musica andasse incisa lì, che la tournée di questa nuova collaborazione musicale avrebbe dovuto avere Dakar come prima data per poi volare in Sardegna e portare nella stesse piazze la comunità senegalese che da anni vive in Sardegna e quella sarda, a cantare e ballare insieme. La band è poi riuscita a contagiare con la sua energia anche la più numerosa comunità senegalese d’Italia, quella lombarda, in collaborazione con la quale il gruppo ha suonato con successo al festival del Carroponte di Sesto San Giovanni, chiudendo così il cerchio musicale cominciato a Dakar.

Chadal: le prove del gruppo in una strada di Dakar. Foto: Vince Cammarata

Oggi, dalla stessa collaborazione tra Sardegna e Senegal, è nata la band Gegó Yegò. Otto anni dopo Kër Thiossane, che in italiano vuol dire casa della tradizione, è la stessa casa accogliente di sempre, dove artisti e musicisti da tutto il mondo si incontrano e lavorano insieme, dove le tantissime realtà culturali di Dakar si danno appuntamento.

Gli obiettivi di Gegó Yegò sono gli stessi del primo progetto, gli stessi, solo tremendamente più urgenti, più necessari nel periodo storico che stiamo vivendo. Il progetto mette la voce di nuovi talenti musicali al centro del discorso, e parlando di voce, mi riferisco specialmente a quella di Kalsoum, cantautrice senegalese nata e cresciuta artisticamente nei banlieue di Dakar: le parole di Gegó Yegò sono le sue, sua la voce narrante. 

Mentre stavo cominciando ad abbozzare questo testo, nei giorni precedenti il concerto, la musica di Gegó Yegò, aveva già messo sottosopra la sala prove di Kër Thiossane, facendo sobbalzare anche me, lì seduto a pochi passi. Kalsoum cantava e danzava senza sosta circondata dagli altri musicisti del gruppo: Pape Diop e Pape Ndiaye, percussionisti dell’Orchestre National du Sénégal, Pierpaolo Vacca, organettista di Ovodda, nella regione sarda della Barbagia e Massimo Congiu, suonatore di launeddas di Quartu Sant’Elena, vicino a Cagliari. Descrivere la bellezza di quello che stava accadendo sotto i miei occhi, mi fa sentire inadeguato: la tama di Pape Ndiaye, ancorata alla spalla e così vicina al cuore: i suoi battiti sferzano l’aria, le sue scale minuziose corrono su e giù a perdifiato; l’organetto di Pierpaolo Vacca è un abbraccio ampio, generoso, che offre spazio, quanto ne serve e se ne vuole; le launeddas di Massimo Congiu sono vele cariche di vento forte, velocità e spinta continua; il sabar di Pape Diop àncora il flusso, tiene la musica, non la fa volare via. I musicisti del nuovo gruppo suonano in cerchio, si guardano, musica fatta con gli occhi, prendersi e lasciarsi, mai del tutto. La voce di Kalsoum si muove senza difficoltà in questo nuovo paesaggio di suoni, scuotendo tutto, un moto tellurico, ogni parola uno spigolo, un pezzo di corteccia, una radice, un sasso. Canta in Wolof, Diola, Inglese e Francese, canta e compone le parole insieme, carta e penna alla mano.

Massimo Congiu, Kalsoum e Pape Ndiaye durante le prove del concerto a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

La forza di un incontro riuscito si riverbera sempre velocemente tutt’intorno, come i cerchi attorno ad un sassolino lanciato nell’acqua immobile. Il nome Gegó Yegò è uno di questi cerchi perfetti: è la traslitterazione di due parole che in italiano non trovano corrispondenza diretta, che abitano più sensi, che sfumano e scivolano via.Gegó vuol dire stare insieme, ascoltarsi, capirsi, essere in armonia, cosa non semplice e da non dare mai per scontata; Yegò significa condivisione, dice Kalsoum, di una lotta quotidiana, significa prendere posizione insieme, schierarsi e agire per fare cambiare le cose. Gegó e Yegò, armonia e azione, perché la musica è già azione, porta con sé messaggi e li mette in atto. La musica descrive il nostro rapporto con il mondo e mentre fa questo lo rifà daccapo, agisce.

Nello stesso spirito, il logo della band è nato da una collaborazione con la street artist e attivista Zenixx; Gegó Yegò è una vera e propria tag composta da linee curve che si rincorrono all’infinito.

Pierpaolo Vacca nello studio di Papis Konaté, durante la registrazione dei brani. Foto: Umberto Santoro

Gegó Yegò è anche il titolo della canzone scelta per aprire il concerto, un brano solare dove l’organetto di Pierpaolo disegna un motivo ballabile e imprendibile tanto il ritmo è serrato, che trascina l’intero gruppo in un crescendo di intensità che si scioglie di colpo solo alla fine. Tutto il pubblico è invitato con forza a unirsi alla festa. “Oüie con lacomì!”, canta Kalsoum in Diola, lingua del sud-est del Senegal, vieni qui con noi! “Fi deugeurna!”, continua in Wolof, Qui è forte!, “Gegó e Yegò!” Insieme e in armonia! Così comincia tutto, inseguendo il moto folle, acrobatico, senza fine, dell’organetto di Pierpaolo Vacca.

In Maman, Kalsoum canta sul motivo dei Goccius sardi, l’antica melodia sarda utilizzata per intonare preghiere alla madonna e ai santi, così come per accompagnare canti profani o di protesta popolare come il celebre Procurad’e moderare. Kalsoum alterna canto e declamazione, mostrando la versatilità delle radici blues della sua voce, ci parla di sua madre e di sé stessa, celebra chi affronta una gravidanza, dà alla luce e cresce un bambino dando tutta sé stessa; la cantautrice mette al centro chi la società ancora squalifica, marginalizza e colonizza. La sua voce, graffia e sovverte questo ordine sociale, con rabbia ci trasmette il suo no all’umiliazione riservata a chi, dice Kalsoum, porta anche i presidenti e i potenti del mondo in grembo. La cantautrice reclama il suo diritto a prendersi cura di sua madre, di accudirla, diritto tradizionalmente appannaggio dei figli maschi.

Il gruppo Gegó Yegò su un tetto di Dakar; da sinistra Pape Ndiaye, Massimo Congiu, Kalsoum, Pierpaolo Vacca e Pape Diop. Foto: Umberto Santoro

Music, introdotta da un motivo brillante dell’organetto di Pierpaolo Vacca, è un inno d’amore alla musica, la musica che, dice Kalsoum, permette alla sua voce di esistere e resistere, di esprimersi e farsi spazio, di abbracciare il mondo: “Music, I am alive!”, si ripete più volte nella canzone. Nel finale del brano la tama di Pape Ndiaye, chiama uno dopo l’altro gli strumenti a rispondere al suo richiamo intessendo una serie fulminea di botta e risposta: Music, una pluralità di voci che danzano insieme leggere.

Kalsoum ritratta durante le prime prove del gruppo a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

Touche pas là, comincia con le launeddas di Massimo Congiu, che fanno spiccare in volo il gruppo prima di lasciare il testimone alla voce di Kalsoum, una voce subito arrabbiata, ruvida. Kalsoum prende quasi a cazzotti con la voce e con gli occhi l’immaginario interlocutore della canzone, che si trova nel tunnel della droga, lo mette in guardia, non gli dà tregua, come se il tempo fosse agli sgoccioli. Il discorso si spezza, si flette, salta gli ostacoli, non si guarda indietro. È forse il pezzo con il ritmo più serrato di tutto l’album, il più insostenibile; toccata la massima tensione il nodo alla gola si scioglie, si ritorna a respirare, in un momento di puro lirismo, un dialogo tra le sole voce e launeddas, un lungo duetto, dove la rabbia si trasforma in preghiera sospesa, una lenta invocazione, un lamento rotto solo dalla ripresa del ritmo insostenibile della prima parte, reso ancora più fitto e inestricabile dalla tama di Pape Ndiaye, un crescendo strumentale fino alla fine.

Pape Ndiaye e Massimo Congiu impegnati nel primo concerto di Gegó Yegò. Foto: Umberto Santoro

In Terrorisme, l’organetto effettato di Pierpaolo Vacca disegna uno spazio dilatato, morbido, dalla respirazione lentissima, le launeddas vi si adagiano, quando la voce appare è un parlato senza troppa voce, poi diventa un declamato; è un dialogo senza interlocutore, poche domande secche, sorprese, preoccupate: Dove vai? Ti unisci a loro? Non c’è alcun futuro lì! ti promettono il paradiso, di morire martire, ma vogliono solo il potere, e solo la morte li fermerà, non li ascoltare, non li avvicinare! Costruisci il tuo avvenire nell’amore. La tama appare a tratti, piccole isole in un mare calmo, quasi immobile. Nella parte finale, la più lirica, Kalsoum canta, quasi un lamento, l’impossibilità di sovvertire lo stato delle cose.

Fethe Tundu è l’unico brano dell’album completamente strumentale, omaggio al ballo tondo sardo, diffuso in tutta l’isola. Il ritmo sérère del sabar di Pape Diop, così simile a quello del ballo sardo, non fa alcuna fatica a prendere parte alla danza e così quello della tama di Pape Ndiaye, insegue e impreziosisce la serratissima trama strumentale. Il pezzo offre un momento di pausa, ci sentiamo per un attimo nel bel mezzo di una piazza in festa.

Pierpaolo Vacca durante il concerto di Gegó Yegò a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

Il tema di Punk Priogu è una variazione della melodia tradizionale per launeddas Is Priorisseddas, che accompagna le feste annuali del santo partono nella Trexenta, e che prende il nome dalle Priorisseddas, le fanciulle che accompagnano nel corteo il priore e la priora, figure di riferimento di queste feste sarde. Su questo motivo nasce in un batter d’occhio il testo per mano di Kalsoum; dall’esperienza diretta della periferia di Dakar, dove è cresciuta la cantautrice, prende forma questo canto di resistenza, di lotta quotidiana per reclamare sé stessi, per non arrendersi al mondo che costantemente vuole sminuirti, come la pulce (Priogu) del titolo, controllarti, sfruttarti, buttarti via. Qui la pulce è punk, mette in scacco la musica la accelera fino a farla deragliare: si riprende se stessa con forza. “Hard Life.”

Kalsoum mentre abbozza il testo del pezzo “Punk Priogu”

Thiow Li, il brusio della città, sotterraneo, passa di bocca in bocca, cresce, si diffonde, si moltiplica, si articola. “Thiow li, Thiow lì, Thiow lì,” la gente parla per strada, allo scoperto, il vento sta cambiando che cambia direzione, si prepara una tempesta, si prepara una rivoluzione: Uniamoci e agiamo insieme nella verità / Se vogliamo che il nostro paese fiorisca / Finitela con la gelosia e l’ipocrisia / Se vogliamo vincere agire insieme è più fruttuoso. È ancora Gegó Yegò, armonia e azione, Kalsoum rappa, la tama segue la voce come un segugio, Kalsoum chiama, tama risponde, il quartiere le copre le spalle, cammina con lei, il brusio cresce, valica strade, supera confini. Uno stop and go, improvviso, e le voci della strada si fanno moltitudine: un crescendo dell’organetto di Pierpaolo Vacca e delle launeddas di Massimo Congiu rafforzato dalle percussioni di Pape Ndiaye, e di Pape Diop chiude la canzone e l’album.

Kalsoum ritratta durante le prime prove del gruppo a Kër Thiossane. Foto: Umberto Santoro

ll primo concerto di Gegó Yegò è appena finito, gli applausi sono alle spalle, la notte è appena cominciata, Dakar non ha mai smesso di cantare e ballare, per le strade, sui tetti, sulle spiagge, non ha mai smesso di protrarsi con forza nell’oceano, di arrivare il più lontano possibile a confrontarsi con il moto eterno dell’ignoto. La prossima volta che Gegó Yegò salirà su un palco sarà in Sardegna, terra di siccità e tempeste, isola in mezzo al mare. Lassù nel mar Mediterraneo saremo ancora una volta, con forza, Gegó e Yegò.

Matteo Rubbi, giugno 2019

Foto di copertina: Umberto Santoro